Caramel
Nadine Labaki
2007
Almodovar è dietro l’angolo, nascosto tra i colori caldi di ambienti domestici, quelli sgargianti di vestiti che fasciano femminilità dalla sensualità lavica e nella scrittura dei personaggi, fatta di gesti, di dettagli, di una quotidianità routinaria. Manca lo spirito dissacrante, la trasgressione all’interno del salone di bellezza da cui Caramel si sviluppa e per fortuna, altrimenti staremo qui a parlare di plagio e non di cinema da difendere e a cui volere bene. Nadine Labaki, gira (e interpreta) un’opera prima sentita e appassionata che parla alle sue donne, divise tra tradizione e l’occidentalizzazione che avanza in una Beirut moderna e frenetica che impone il cambiamento, affrontato da ognuna di esse come meglio può assieme a piccoli e grandi drammi personali. Una tematica certo non nuova, ma presa di petto dalla Labaki con il gusto del racconto, lasciando che i suoi personaggi si delineino con naturalezza, in punta di piedi, senza esasperazioni, isterismi, senza cedere al giro a vuoto del manifesto femminista, in una galleria di donne complesse, scisse in contraddizioni come il caramello del titolo, usato per la depilazione, dolce, ma allo stesso tempo pericoloso perché brucia. Donne impegnate in un continuo dialogo con l’altro e con se stesse, rappresentato attraverso sequenze chiave e poco convenzionali che sono un tributo ora amaro, ora liberatorio ad un mondo fatto di divergenze e collisioni, di cocci da raccogliere senza la paura di ferirsi le mani.
Nadine Labaki
2007
Almodovar è dietro l’angolo, nascosto tra i colori caldi di ambienti domestici, quelli sgargianti di vestiti che fasciano femminilità dalla sensualità lavica e nella scrittura dei personaggi, fatta di gesti, di dettagli, di una quotidianità routinaria. Manca lo spirito dissacrante, la trasgressione all’interno del salone di bellezza da cui Caramel si sviluppa e per fortuna, altrimenti staremo qui a parlare di plagio e non di cinema da difendere e a cui volere bene. Nadine Labaki, gira (e interpreta) un’opera prima sentita e appassionata che parla alle sue donne, divise tra tradizione e l’occidentalizzazione che avanza in una Beirut moderna e frenetica che impone il cambiamento, affrontato da ognuna di esse come meglio può assieme a piccoli e grandi drammi personali. Una tematica certo non nuova, ma presa di petto dalla Labaki con il gusto del racconto, lasciando che i suoi personaggi si delineino con naturalezza, in punta di piedi, senza esasperazioni, isterismi, senza cedere al giro a vuoto del manifesto femminista, in una galleria di donne complesse, scisse in contraddizioni come il caramello del titolo, usato per la depilazione, dolce, ma allo stesso tempo pericoloso perché brucia. Donne impegnate in un continuo dialogo con l’altro e con se stesse, rappresentato attraverso sequenze chiave e poco convenzionali che sono un tributo ora amaro, ora liberatorio ad un mondo fatto di divergenze e collisioni, di cocci da raccogliere senza la paura di ferirsi le mani.





Non si perderà certo tempo a disquisire sulla presunzione di Paolo Sorrentino nell’imbarcarsi in un’impresa che ha del titanico, anche perché diciamolo, diffido di chi non ne ha almeno un po’, perché se si parla di cinema e di sguardo, di registi che “impongono” una visione, esigo quantomeno le idee chiare. E ne Il divo queste non mancano, anzi vengono assemblate in modo certosino, in una rincorsa alla quadratura della messa in scena il cui risultato, mi rendo conto, può far perdere la testa così come mostrare il fianco alle critiche più feroci. Qui si tende alla fascinazione con riserva e il nuovo film di Sorrentino è per il sottoscritto ammaliante come il suo protagonista e apparentemente ambiguo nell'impilare le accuse rivoltegli, in modo distaccato, lasciando lo spettatore in balia del dubbio così com’era prima dell’entrata in sala. Questo non è in assoluto un limite perché, tenendosi ben lontano dall’idea del film inchiesta, Sorrentino può permettersi di tutto ed è a quel punto che la carta calata sul tavolo risulta vincente. Nel momento in cui il suo Giulio Andreotti non esce mai dai binari dell’uomo pubblico, dalla caricatura di se stesso, dal simbolo che rappresenta, il film va oltre la semplicistica accusa, la biografia, oltre la storia e diventa una lucida riflessione sul potere, sugli effetti di questo in chi lo esercita e in chi lo subisce. La scelta di una figura così ingombrante è giustificata e diventa archetipica per la tesi portata avanti. Va da sè che le derive surreali, grottesche, i barocchismi e le esagerazioni presenti, risultano una logica conseguenza, sono le pesanti tende in velluto nero del palcoscenico su cui Andreotti indossa la maschera e interpreta il suo ruolo. Non fa una piega e per questo si è pronti alla difesa, ma cedendo al mero gusto personale, il non mollare mai la presa, il tour de force visivo a cui Sorrentino ci sottopone, non sempre convince fino in fondo. Avrei apprezzato insomma più sobrietà nelle sequenze di raccordo, per rendere ancora più potente il messaggio in quelle di svolta, come nello splendido finale che se non fosse stato anticipato dall’Andreotti Nosferatu risulterebbe ancora più dirompente. Parlando per assurdo e come se un film su Berlusconi concepito in questo modo, lo rappresentasse per due ore con le zeppe luminose sotto le scarpe.
Che in questa storia di incontri salvifici tra due persone sole e con qualche conto in sospeso con la vita, lui sia oltre che un musicista di strada, un riparatore di aspirapolveri, lo si ammette, non è il massimo della finezza metaforica, ma a pensarci bene è proprio la presunta “banalità” di Once a renderlo speciale, la sua semplicità a facilitare l’immedesimazione. Non è un caso che dei due protagonisti, impareremo a conoscere qualche spiraglio del loro privato, i flash del passato come causa delle cicatrici del presente, ma non i loro nomi. Il chitarrista e la venditrice ambulante di rose rimarranno quindi degli spazi bianchi in cui inserire i nostri nomi e ricordare le volte che un incontro, inaspettatamente, ci ha cambiato la vita. Di quegli incontri puri, forti della condivisione, che in Once diventa musica. Musica dalla quale non si può prescindere, filo conduttore dal valore comunicativo che, sostituendosi a dialoghi e sviluppi narrativi, ha il merito di parlare per i personaggi fuggendo alla ruffianeria del semplice accompagnamento: Once è in sostanza un atipico musical che risuona tra le strade di Dublino coreografando emozioni e lo fa con una spontaneità disarmante. Il pubblico da pugno sotto il mento lo detesterà e metterà il broncio per una sceneggiatura ridotta all’osso che non include le frasette da citare, gli altri, e parlo di chi ancora allunga il collo per scoprire il cd acquistato dal vicino sul bus, di chi conosce e si fa conoscere anche attraverso la musica, di chi sa che una chitarra non è solo una parola che inizia con la lettera C, non faticheranno a capire gli intenti di Carney, lasciandosi commuovere. 
Non so se qualcuno ne ha già parlato, ma pensavo che in fondo "Be Kind Rewind" si rivela sin dal suo incipit con quella veduta aerea urbana (il New Jersey in questo caso) che è una costante di molte commedie americane; altrove però la telecamera stringe sempre sull’interno di qualche appartamento ben arredato, abitato dal protagonista affaccendato in qualcosa di stupido, qui invece Gondry cerca la strada e arriva sino al sottoponte in cui Jerry e Mike danno vita ad un enorme graffito dedicato al semidimenticato jazzista Fats Waller: una condivisione pubblica dell’arte che appartiene a tutti e la memoria che viene coltivata con qualsiasi mezzo, elementi che diventeranno il cuore pulsante di questa atipica commedia nostalgica e citazionista. Jerry e Mike saranno poi gli stessi personaggi che, a seguito di un intero catalogo vhs smagnetizzato per sbaglio nella piccola videoteca di quartiere, faranno di tutto per restituire al pubblico quei film girando delle versioni tanto casalinghe quanto piene di inventiva. Il successo è tale che ben presto tutto il loro giro di clienti sarà impegnato nella rivisitazione del proprio classico: dai Ghostbuster a King Kong, passando per l’Odissea nello spazio di Kubrick e Rush Hour, il risultato è esilarante e non concede un attimo di tregua. Gondry si fa ironico e riprende gli stilemi della commedia, ma ridurre il tutto ad una vacanza da tematiche più profonde sarebbe piuttosto riduttivo nonché fuorviante. Mai come in questo caso infatti le letture possono essere molteplici e il suo diventa un inno cinefilo come non se ne vedevano da tempo, una dichiarazione d’amore al cinema, alla memoria condivisa, alla fantasia, alla creatività; una riflessione sull’esperienza filmica che dovrebbe essere unica, vissuta sempre in prima persona e non filtrata da un gusto comune. In questo non possiamo non pensare a come un certo cinema tenti di imboccare il pubblico con un piattume formale che azzera qualsiasi spontanea spinta di reale entusiasmo. Gondry tenta quindi di farci riappropriare del cinema come esperienza e non come semplice visione passiva, esortandoci ad uscire dal perimetro che ne limita il raggiungimento. In fondo perché accontentarsi quando si parla di qualcosa che è parte integrante delle nostre vite?
Un dramma a destini incrociati per il quale si fa presto a muovere illustri paragoni, ma Terry George non ha una personalità tale da colpire nel segno né per portarsi a casa quelle feroci critiche che in tempi di magra sono sempre meglio dell’essere ignorati completamente. Il suo Reservation Road quindi non va oltre il compitino ben svolto a rischio oblio, meccanico nel delineare il quadro della situazione e telefonato nell’affondare il dolore dei suoi protagonisti. Siamo nel Connecticut e un pirata della strada (avvocato e padre di famiglia) ammazza un bambino: indovinate un po’ a chi si rivolgeranno gli ignari genitori della vittima per risolvere il caso? L’idea di partenza solleverebbe anche importanti questioni morali (cosa che fece già Penn in “Tre giorni per la verità”), vista nell’ottica di una giustizia che sia reale e proporzionata alla perdita, una richiesta che diventa ossessione sfociando nell’idea di vendetta. Ma si capisce subito che più che scavare in questo baratro lavorando sul dolore latente, George sia di gran lunga interessato ad emozionare il pubblico con ogni mezzo, alternando laceranti scene madri ad altre in cui tutto tace e si allontana dalla storia e con un uso del sonoro che vorrebbe enfatizzare, ma che finisce col coprire pesantemente l’anima dei personaggi. Non a caso il film decolla quando la regia diventa silente, come nella sequenza della recita scolastica in cui gli sguardi della coppia Connelly/Phoenix valgono più di mille parole. Ed è proprio il cast al completo a tenere le redini di Reservation Road, a sopperirne i limiti offrendo una prova drammatica di grande spessore, ma che purtroppo rischia di rimanere solo un titolo in più nelle loro filmografie
Indimenticabili titoli di testa che sforano, fondendosi con un incipit che fa gridare al miracolo e che possiede una forza e un dono della sintesi che appartiene a pochi: non appena Cha Young-goon trattiene nelle mani cavi elettrici osservati come un bicchiere d’acqua durante una giornata afosa, sono chiari i suoi intenti e quel titolo esplode in tutta la sua potenza evocativa. Impareremo a conoscerla questa ragazza dallo sguardo smarrito, che si trascina con una valigetta carica di pile leccate per nutrirsi, la cui apparente abnegazione è in realtà un guardare oltre per ritrovare quella parte che le è stata negata e arrivare così fino alla ricostruzione (non soltanto ideale) di se stessa. La psicosi vista quindi come via per una seconda nascita: Cha Young-goon in fondo è convinta di vivere per completare una trasformazione all’interno di un corpo che è solo un bozzolo di inutile carne. Insieme a lei conosceremo anche gli altri pazienti del manicomio in cui viene rinchiusa, tutti lasciati liberi di esprimersi come meglio possono, tra cui Park ll-sun affetto da fobia dell’abbandono che sembra l’unico in grado di capirla fino in fondo e di realizzare che il solo scopo del momento non è la fuga/morte ma la sopravvivenza alla situazione. Dopo la trilogia sulla vendetta Park Chan-Wook cambia rotta e torna con una tragica e colorata favola moderna che è un inno alla vita, coraggioso laddove nega ogni aspettativa nei suoi confronti, libero nel continuare a sperimentare con contenuti e forma e il risultato è un film schizofrenico, ma in equilibrio tra sequenze di surreale violenza e altre di avvolgente suggestione onirica. Park gioca con l’immagine ma non si dimentica di amare (e farci amare) i suoi folli personaggi: sfido chiunque a dire il contrario davanti a quel cucchiaio di riso ingoiato durante l’ora di pranzo.
La novità è che dopo il lesbo noir “Bound” e le derive filosofiche del fantascientifico “Matrix”, il ritorno dei fratelli Wachowski è a dimensione familiare e, visto il soggetto, non poteva essere altrimenti. Ispirato all’anime giapponese “Match Go Go Go”, Speed Racer è un’esperienza unica, un giocattolone psichedelico che non ha uguali nella sua forma compositiva. I Wachowski infatti si sbizzarriscono e re-inventano anche stavolta il genere: il risultato è un film che sembra un cartone riveduto e corretto, dove la grafica digitale non è solo lo sfondo in cui impiegare tutto il budget a disposizione, ma parte integrante del progetto che inonda letteralmente i personaggi che la percorrono a tutta velocità. Una velocità ricercata ossessivamente non solo nello spirito del racconto su quattro ruote e circuiti automobilistici, ma anche nella struttura stessa del film che, salvo alcune parentesi, non scende mai al di sotto dei 400 chilometri orari con un montaggio adrenalinico (il primo quarto d’ora è da incorniciare), carrelli al limite dell’impossibile, telecamere volanti, frenetici cambi si soggettiva, stacchi dinamici, sovrimpressioni, il tutto immerso in una fotografia dai colori abbaglianti e iperrealistici e un’estetica “frullata” da pop art. Di contro però ad un impatto visivo che mozza il fiato e diverte, non si può non sottolineare la faciloneria di una sceneggiatura che, pur filando liscia senza intoppi non lesina seriosa retorica da buoni sentimenti e concessioni ad un infantilismo che risultano ancora più stridenti se si pensa al fatto che nemmeno i film di animazione moderni cadono più in simili clichè. Ad un film come questo avrebbe giovato insomma una buona dose di ironia che qui è carente e spesso attribuita ad un bambino che si accompagna ad una scimmia umanizzata. Forma o sostanza, decidete dunque voi a quale aspetto dare più peso. Qui Speed Racer, nel suo essere puro intrattenimento roboante e sopra le righe ha convinto non poco: quando si esce dalla sala carichi di entusiasmo alcune considerazioni possono anche passare in secondo piano, no? Quindi, piede sull’acceleratore e go go go!
Una notte di ordinaria follia quella di Edmond, uomo qualunque tutto casa e lavoro, che dopo un incontro con una cartomante lascia la moglie e si disperde nel buio losangelino alla ricerca di sè stesso tra prostituzione, locali hard, spacciatori e delinquenti. Sulla carta un soggetto che si muove su elementi certamente non nuovi, ma al contrario questo piccolo film di Stuart Gordon si rivela un thriller atipico, teso e claustrofobico, sorretto su una sceneggiatura illuminante e un personaggio folle e indimenticabile interpretato magistralmente da William Macy. Soffermandosi sulla struttura filmica, la consequenzialità degli eventi in Edmond non sono mera azione che gira a vuoto ma il motore di riflessioni ben più consistenti. Il film infatti inizia rapido e immediato con un paio di sequenze che ci permettono di contestualizzare il personaggio e la sua vita ben coesa con certi meccanismi della società. Pochi minuti ed Edmond sarà sulla strada in una lenta e inesorabile discesa agli inferi, alla ricerca di quella sana trasgressione che si è sempre negato e che in quel momento rappresenta un mezzo per riprendere coscienza di sè, ma si dovrà scontrare con un mondo che nel suo essere gretto e allo sbando rivela di avere le stesse regole e codici ben stabiliti che lui conosce già fin troppo bene, quelli su cui la parte “giusta” del mondo si fonda. La sua risposta, nel rifiutare questo ennesimo piegarsi alle logiche di un gruppo sociale, sarà tanto spietata quanto primordiale: inizia ad uccidere perché minacciato come individuo. Nel suo essere glaciale e disumano, Edmond rivela quindi tutto il suo essere umano, con le sue aggressività represse, le cose non dette (a se stessi), gli stereotipi costruiti come una difesa, le paure. Uno spietato ritratto sulla natura umana che non può lasciare indifferenti per la sua estrema lucidità: Edmond affascina e disturba per il suo essere riconoscibile, perché tocca delle corde che sappiamo conoscere molto bene e che fortunatamente tentiamo di allontanare in modo più o meno consapevole.
Quanto è ricco il piatto da cui attingere per stroncare Southland Tales. A voler essere ponderati lo si può definire inconcludente, ma non mancherà d’innescare reazioni feroci in chi detesta i film girati su sceneggiature che sono un optional trascurabile o di chi si pulirebbe volentieri il culo con quella visionarietà esasperata che può diventare un’arma a doppio taglio nove volte su dieci. Viene anche difficile avvicinarsi ad un lavoro che, arrivato al grande pubblico dopo la disastrosa premiere di Cannes, è la conseguenza di mille rimaneggiamenti, di nuovi montaggi e semplificazioni che forse, si allontanano dall’idea originaria. Ma tant’è, ecco che lo si guarda con curiosità nelle sue quasi tre ore di autentico delirio citazionista in cui Kelly, usando la mdp come un telecomando, non si risparmia nel gettare all’interno di questo frullatone postmoderno qualsiasi elemento utile a descrivere la confusione e la follia dei nostri tempi. Dovendolo descrivere in due parole, Southland Tales narra la degenerazione di un futuro mica tanto lontano (siamo nel 2008) in cui tutto ha origine da un’esplosione nucleare in Texas che è solo l’inizio di un’apocalisse imminente, di una serie di reazioni a catena che coinvolgeranno situazioni e personaggi: c’è un attore che ha perso la memoria, una pornostar protagonista di un talk show in cui si discute di attualità, sesso e canta cose come “L’arrapamento adolescenziale non è un crimine”, ci sono due gemelli reduci della guerra in Iraq e un terzo soldato perennemente alterato da droghe e alcol che è anche la voce narrante mentre imbraccia un fucile di precisione e spara sulla folla. Poi ancora l’Usident che è un Grande Fratello riveduto e corretto, programmi di controllo del crimine a distanza come videogiochi, elezioni presidenziali come reality, multinazionali governate da inquietanti figure che creano energia alternativa alterando l’equilibrio spazio-temporale dell’universo e, si, oltre ad un cast talmente inedito da far impallidire il Tarantino più impavido e una colonna sonora che spazia dai Pixies ai Radiohead, sto sicuramente dimenticando qualcosa. Ora, se nel leggere queste righe vi siete ritrovati a sghignazzare senza pudore, lasciate pure perdere; al contrario ai temerari auguro di lasciarsi trasportare nel tunnel senza uscita che è Southland Tales, con le sue scelte spesso sbagliate, le sue acute esagerazioni, coi suoi momenti tremendamente kitch e altri di commovente bellezza che fuggendo da qualsiasi logica classificazione, ha se non altro il pregio di possedere una sua schizofrenica coerenza, risultando talmente personale e coraggioso da meritare una visione e da far sperare che una volta prese le misure col mezzo cinema, Richard Kelly possa regalarci il suo capolavoro.