Crash
Paul Haggis
2005
Paul Haggis, già sceneggiatore di “Million Dollar Baby”, approda con Crash alla sua prima regia portando a casa durante la notte degli oscar i premi come miglior film e miglior sceneggiatura. Ecco l’ennesima cantonata dell’Academy perché più che un film Crash è un riuscito esercizio di stile, freddo come la neve che cade sui titoli di coda mentre gli Stereophonics cantano Maybe Tomorrow nella speranza di dare un minimo di spessore emotivo alla pellicola. Sì, perché se si va oltre la buona prova attoriale di un cast in gran spolvero (persino la Bullock sembra convinta di quello che fa), oltre la splendida fotografia e una regia accattivante e furbetta, di Crash non rimane poi molto. Haggis decide di sondare i pro e contro di una società multiculturale come quella americana, sottolineando come questa sia fallimentare laddove ogni gruppo sociale rimane chiuso con i suoi limiti, pregiudizi e xenofobie evitando qualsiasi contatto fisico; contatto che inevitabilmente si avrà nelle 36 ore che trascorrono durante il film in cui seguiamo le vite di più personaggi diversi per razza, ceto sociale e professione destinati a incrociarsi per i motivi più disparati.. Ma Haggis non è Inarritu e non si pone nemmeno il problema di approfondire la psicologia dei suoi personaggi, di umanizzarli e di farci capire la loro evoluzione. Il risultato è troppo distaccato e didascalico con una conseguente carrellata di asettiche situazioni che si tenta di salvare con un’enfatica colonna sonora (peraltro notevole) che affoga le scene e rende il tutto privo di realismo e naturalezza. Alla fine dei giochi, se in un primo momento Crash sembra lasciare un segno, dato anche l’argomento importante e attuale, col passare del tempo si allontana dalla mente e dal cuore e non lascia traccia. In un mondo post 11 settembre, il successo di questa pellicola non sorprende e merita comunque una visione, nel caso la situazione americana non vi fosse chiara.





