Southland Tales
Richard Kelly
2006
Quanto è ricco il piatto da cui attingere per stroncare Southland Tales. A voler essere ponderati lo si può definire inconcludente, ma non mancherà d’innescare reazioni feroci in chi detesta i film girati su sceneggiature che sono un optional trascurabile o di chi si pulirebbe volentieri il culo con quella visionarietà esasperata che può diventare un’arma a doppio taglio nove volte su dieci. Viene anche difficile avvicinarsi ad un lavoro che, arrivato al grande pubblico dopo la disastrosa premiere di Cannes, è la conseguenza di mille rimaneggiamenti, di nuovi montaggi e semplificazioni che forse, si allontanano dall’idea originaria. Ma tant’è, ecco che lo si guarda con curiosità nelle sue quasi tre ore di autentico delirio citazionista in cui Kelly, usando la mdp come un telecomando, non si risparmia nel gettare all’interno di questo frullatone postmoderno qualsiasi elemento utile a descrivere la confusione e la follia dei nostri tempi. Dovendolo descrivere in due parole, Southland Tales narra la degenerazione di un futuro mica tanto lontano (siamo nel 2008) in cui tutto ha origine da un’esplosione nucleare in Texas che è solo l’inizio di un’apocalisse imminente, di una serie di reazioni a catena che coinvolgeranno situazioni e personaggi: c’è un attore che ha perso la memoria, una pornostar protagonista di un talk show in cui si discute di attualità, sesso e canta cose come “L’arrapamento adolescenziale non è un crimine”, ci sono due gemelli reduci della guerra in Iraq e un terzo soldato perennemente alterato da droghe e alcol che è anche la voce narrante mentre imbraccia un fucile di precisione e spara sulla folla. Poi ancora l’Usident che è un Grande Fratello riveduto e corretto, programmi di controllo del crimine a distanza come videogiochi, elezioni presidenziali come reality, multinazionali governate da inquietanti figure che creano energia alternativa alterando l’equilibrio spazio-temporale dell’universo e, si, oltre ad un cast talmente inedito da far impallidire il Tarantino più impavido e una colonna sonora che spazia dai Pixies ai Radiohead, sto sicuramente dimenticando qualcosa. Ora, se nel leggere queste righe vi siete ritrovati a sghignazzare senza pudore, lasciate pure perdere; al contrario ai temerari auguro di lasciarsi trasportare nel tunnel senza uscita che è Southland Tales, con le sue scelte spesso sbagliate, le sue acute esagerazioni, coi suoi momenti tremendamente kitch e altri di commovente bellezza che fuggendo da qualsiasi logica classificazione, ha se non altro il pregio di possedere una sua schizofrenica coerenza, risultando talmente personale e coraggioso da meritare una visione e da far sperare che una volta prese le misure col mezzo cinema, Richard Kelly possa regalarci il suo capolavoro.
Richard Kelly
2006
Quanto è ricco il piatto da cui attingere per stroncare Southland Tales. A voler essere ponderati lo si può definire inconcludente, ma non mancherà d’innescare reazioni feroci in chi detesta i film girati su sceneggiature che sono un optional trascurabile o di chi si pulirebbe volentieri il culo con quella visionarietà esasperata che può diventare un’arma a doppio taglio nove volte su dieci. Viene anche difficile avvicinarsi ad un lavoro che, arrivato al grande pubblico dopo la disastrosa premiere di Cannes, è la conseguenza di mille rimaneggiamenti, di nuovi montaggi e semplificazioni che forse, si allontanano dall’idea originaria. Ma tant’è, ecco che lo si guarda con curiosità nelle sue quasi tre ore di autentico delirio citazionista in cui Kelly, usando la mdp come un telecomando, non si risparmia nel gettare all’interno di questo frullatone postmoderno qualsiasi elemento utile a descrivere la confusione e la follia dei nostri tempi. Dovendolo descrivere in due parole, Southland Tales narra la degenerazione di un futuro mica tanto lontano (siamo nel 2008) in cui tutto ha origine da un’esplosione nucleare in Texas che è solo l’inizio di un’apocalisse imminente, di una serie di reazioni a catena che coinvolgeranno situazioni e personaggi: c’è un attore che ha perso la memoria, una pornostar protagonista di un talk show in cui si discute di attualità, sesso e canta cose come “L’arrapamento adolescenziale non è un crimine”, ci sono due gemelli reduci della guerra in Iraq e un terzo soldato perennemente alterato da droghe e alcol che è anche la voce narrante mentre imbraccia un fucile di precisione e spara sulla folla. Poi ancora l’Usident che è un Grande Fratello riveduto e corretto, programmi di controllo del crimine a distanza come videogiochi, elezioni presidenziali come reality, multinazionali governate da inquietanti figure che creano energia alternativa alterando l’equilibrio spazio-temporale dell’universo e, si, oltre ad un cast talmente inedito da far impallidire il Tarantino più impavido e una colonna sonora che spazia dai Pixies ai Radiohead, sto sicuramente dimenticando qualcosa. Ora, se nel leggere queste righe vi siete ritrovati a sghignazzare senza pudore, lasciate pure perdere; al contrario ai temerari auguro di lasciarsi trasportare nel tunnel senza uscita che è Southland Tales, con le sue scelte spesso sbagliate, le sue acute esagerazioni, coi suoi momenti tremendamente kitch e altri di commovente bellezza che fuggendo da qualsiasi logica classificazione, ha se non altro il pregio di possedere una sua schizofrenica coerenza, risultando talmente personale e coraggioso da meritare una visione e da far sperare che una volta prese le misure col mezzo cinema, Richard Kelly possa regalarci il suo capolavoro.





