Loverboy
Kevin Bacon
2005
Alla maternità come istinto piuttosto che come ruolo antropologico e sociale, si contrappone in Loverboy una spinta che sembra nascere più come risposta al bisogno di una figura genitoriale assente. Emily è stata una bambina solitaria dai genitori evanescenti che sogna una madre perfetta; diventata adulta il riscatto sembra indirizzarsi tutto verso la necessità di avere un figlio proprio da accudire per diventare al contempo quella madre idealizzata che ha sempre desiderato. Un amore esclusivista al limite del patologico che la porta ad evitare qualsiasi interposizione tra lei e suo figlio, intuibile già dal grottesco concepimento in cui l’uomo è esclusivamente circoscritto al frutto dei suoi testicoli. L’esordio alla regia di Kevin Bacon ha il pregio di trattare con originalità una materia fin troppo battuta, senza paura di risultare poco accomodante, ma di contro ad una sceneggiatura che nonostante qualche ingenuità e passaggio affrettato porta comunque a segno quello che deve essere veicolato, rimbomba una regia che è una raccolta di scelte sbagliate. A partire da una struttura che muovendosi su tre differenti flashback risulta inutilmente appesantita e ripetitive soluzioni quali ralenti e flou che mal si sposano con l’atmosfera realista della storia. Succede però che l’impatto emotivo di questa relazione unica e soffocante rimane intatto e questo film scoperto un po’ per caso, a suo modo si lascia ricordare; forse per quel pre-finale che gela il sangue o per quella “Life on Mars” di Bowiana memoria cantata a squarciagola da Emily ai suoi genitori come ultima disperata richiesta d’amore.
Kevin Bacon
2005
Alla maternità come istinto piuttosto che come ruolo antropologico e sociale, si contrappone in Loverboy una spinta che sembra nascere più come risposta al bisogno di una figura genitoriale assente. Emily è stata una bambina solitaria dai genitori evanescenti che sogna una madre perfetta; diventata adulta il riscatto sembra indirizzarsi tutto verso la necessità di avere un figlio proprio da accudire per diventare al contempo quella madre idealizzata che ha sempre desiderato. Un amore esclusivista al limite del patologico che la porta ad evitare qualsiasi interposizione tra lei e suo figlio, intuibile già dal grottesco concepimento in cui l’uomo è esclusivamente circoscritto al frutto dei suoi testicoli. L’esordio alla regia di Kevin Bacon ha il pregio di trattare con originalità una materia fin troppo battuta, senza paura di risultare poco accomodante, ma di contro ad una sceneggiatura che nonostante qualche ingenuità e passaggio affrettato porta comunque a segno quello che deve essere veicolato, rimbomba una regia che è una raccolta di scelte sbagliate. A partire da una struttura che muovendosi su tre differenti flashback risulta inutilmente appesantita e ripetitive soluzioni quali ralenti e flou che mal si sposano con l’atmosfera realista della storia. Succede però che l’impatto emotivo di questa relazione unica e soffocante rimane intatto e questo film scoperto un po’ per caso, a suo modo si lascia ricordare; forse per quel pre-finale che gela il sangue o per quella “Life on Mars” di Bowiana memoria cantata a squarciagola da Emily ai suoi genitori come ultima disperata richiesta d’amore. 





