Da Morire
Gus Van Sant
1995
Povera Meg Ryan; chissà se oggi accetterebbe questo “Da Morire”, rifiutato ai tempi in cui era la fidanzatina d’America e rimbalzava da una brutta commedia ad una commedia mediocre. Chissà quanto pagherebbe per tornare indietro e recitare in un film che avrebbe potuto dare una svolta alla sua carriera senza obbligarla a gonfiarsi la faccia come Sandra Milo e finire lasciva in improbabili thriller, chissà. Per fortuna Gus Van Sant ripiegò sull'allora quasi sconosciuta Nicole Kidman che, salita su tacchi vertiginosi, vestita di improbabili tailleur color pastello e prodiga di sorriso smaltato, diede vita ad un’adorabile stronza, cinica e arrivista disposta a tutto per diventare una star televisiva: Suzanne Stone, un bignami del marcio della società dei consumi, abile manipolatrice sorniona che usa le persone come carta igienica per ottenere ciò che vuole. Un personaggio memorabile che le fece portare a casa il suo primo golden globe come miglior attrice protagonista. Di suo, il regista americano, si cimentò per la prima volta con il genere popolare della commedia, costruendo un apologo sul successo (con annessa disfatta) infarcendolo di situazioni grottesche, solido e brillante come una commedia di Billy Wilder. Un gioiellino pop, colorato nella forma, ma nero nei contenuti che è satira feroce contro il mito tutto americano dell’essere vincenti ad ogni costo, messaggio di cui spesso la tv si fa carico attuando un subdolo lavaggio del cervello. Potere della tv che permette alla Stone di uscire indenne dalle situazioni che architetta per concretizzare le sue aspirazioni, salvo poi rimanerne vittima, in una fulminea resa dei conti che sa di contrappasso, le cui redini sono tenute da un placido e ambiguo produttore televisivo che ha il volto (cult) di David Cronenberg.
Gus Van Sant
1995
Povera Meg Ryan; chissà se oggi accetterebbe questo “Da Morire”, rifiutato ai tempi in cui era la fidanzatina d’America e rimbalzava da una brutta commedia ad una commedia mediocre. Chissà quanto pagherebbe per tornare indietro e recitare in un film che avrebbe potuto dare una svolta alla sua carriera senza obbligarla a gonfiarsi la faccia come Sandra Milo e finire lasciva in improbabili thriller, chissà. Per fortuna Gus Van Sant ripiegò sull'allora quasi sconosciuta Nicole Kidman che, salita su tacchi vertiginosi, vestita di improbabili tailleur color pastello e prodiga di sorriso smaltato, diede vita ad un’adorabile stronza, cinica e arrivista disposta a tutto per diventare una star televisiva: Suzanne Stone, un bignami del marcio della società dei consumi, abile manipolatrice sorniona che usa le persone come carta igienica per ottenere ciò che vuole. Un personaggio memorabile che le fece portare a casa il suo primo golden globe come miglior attrice protagonista. Di suo, il regista americano, si cimentò per la prima volta con il genere popolare della commedia, costruendo un apologo sul successo (con annessa disfatta) infarcendolo di situazioni grottesche, solido e brillante come una commedia di Billy Wilder. Un gioiellino pop, colorato nella forma, ma nero nei contenuti che è satira feroce contro il mito tutto americano dell’essere vincenti ad ogni costo, messaggio di cui spesso la tv si fa carico attuando un subdolo lavaggio del cervello. Potere della tv che permette alla Stone di uscire indenne dalle situazioni che architetta per concretizzare le sue aspirazioni, salvo poi rimanerne vittima, in una fulminea resa dei conti che sa di contrappasso, le cui redini sono tenute da un placido e ambiguo produttore televisivo che ha il volto (cult) di David Cronenberg.




