Correndo con le forbici in mano
Ryan Murphy
2006
Tratto dall’autobiografia di Augusten Burroughs, Correndo con le forbici in mano segna il debutto cinematografico dello sceneggiatore e regista televisivo Ryan Murphy, dai più conosciuto come creatore di una delle serie cult degli ultimi anni (Nip/Tuck) ma ancor prima caustico revisionista della teen comedy con “Popular”. Chi conosce la sua estetica, insomma, non può accusarlo ora di essere gratuitamente provocatorio: Murphy è così, flirta da sempre con storie al limite dell’assurdo e la vita borderline di Burroughs è quindi in linea con tutto ciò che ha creato sinora. Diviso in due parti ben distinte, Correndo con le forbici in mano affronta nella prima il rapporto tra Augusten e Deirdre, madre ingombrante, moglie sui generis e scrittrice fallita che presto instaurerà un rapporto morboso col suo psicanalista, il Dr. Finch, talmente esclusivo da spingerla ad affidargli il proprio figlio durante un periodo di ricostruzione e ricerca di se stessa. Ed è qui che si apre il nuovo capitolo della vita di Augusten, all’interno della casa vittoriana rosa shocking dove vivono i Finch (una sorta di Famiglia Addams che incontra Freud), tra piatti accumulati sul lavello per settimane, alberi di natale fuori stagione, croccantini per cani mangiati come fossero popcorn e risposte sulla vita che arrivano dal water. Murphy da così vita ad un racconto psicotico di formazione e autodeterminazione, infarcito di personaggi istrionici, talmente sopra le righe da poter parlare di nuovo slapstick emotivo; maschere da indossare e da far cadere, figure dal falso sé bulimico che tentano disperatamente di trovare una propria collocazione nel mondo. E lo fa scattando istantanee lisergiche che fotografano gli eventi chiave del percorso di Burroughs, aiutato da un cast che riempie lo schermo, dove nessuno è fuori posto e dove brilla, ancora una volta, una Annette Bening ingiustamente sottovalutata.
Ryan Murphy
2006
Tratto dall’autobiografia di Augusten Burroughs, Correndo con le forbici in mano segna il debutto cinematografico dello sceneggiatore e regista televisivo Ryan Murphy, dai più conosciuto come creatore di una delle serie cult degli ultimi anni (Nip/Tuck) ma ancor prima caustico revisionista della teen comedy con “Popular”. Chi conosce la sua estetica, insomma, non può accusarlo ora di essere gratuitamente provocatorio: Murphy è così, flirta da sempre con storie al limite dell’assurdo e la vita borderline di Burroughs è quindi in linea con tutto ciò che ha creato sinora. Diviso in due parti ben distinte, Correndo con le forbici in mano affronta nella prima il rapporto tra Augusten e Deirdre, madre ingombrante, moglie sui generis e scrittrice fallita che presto instaurerà un rapporto morboso col suo psicanalista, il Dr. Finch, talmente esclusivo da spingerla ad affidargli il proprio figlio durante un periodo di ricostruzione e ricerca di se stessa. Ed è qui che si apre il nuovo capitolo della vita di Augusten, all’interno della casa vittoriana rosa shocking dove vivono i Finch (una sorta di Famiglia Addams che incontra Freud), tra piatti accumulati sul lavello per settimane, alberi di natale fuori stagione, croccantini per cani mangiati come fossero popcorn e risposte sulla vita che arrivano dal water. Murphy da così vita ad un racconto psicotico di formazione e autodeterminazione, infarcito di personaggi istrionici, talmente sopra le righe da poter parlare di nuovo slapstick emotivo; maschere da indossare e da far cadere, figure dal falso sé bulimico che tentano disperatamente di trovare una propria collocazione nel mondo. E lo fa scattando istantanee lisergiche che fotografano gli eventi chiave del percorso di Burroughs, aiutato da un cast che riempie lo schermo, dove nessuno è fuori posto e dove brilla, ancora una volta, una Annette Bening ingiustamente sottovalutata. 




