mercoledì, 28 maggio 2008
"Quello che trovi qui è la stupida storia di un ragazzino stupido"
trailer
venerdì, 23 maggio 2008
I'm a cyborg but that's ok
Park Chan-Wook
2006
Indimenticabili titoli di testa che sforano, fondendosi con un incipit che fa gridare al miracolo e che possiede una forza e un dono della sintesi che appartiene a pochi: non appena Cha Young-goon trattiene nelle mani cavi elettrici osservati come un bicchiere d’acqua durante una giornata afosa, sono chiari i suoi intenti e quel titolo esplode in tutta la sua potenza evocativa. Impareremo a conoscerla questa ragazza dallo sguardo smarrito, che si trascina con una valigetta carica di pile leccate per nutrirsi, la cui apparente abnegazione è in realtà un guardare oltre per ritrovare quella parte che le è stata negata e arrivare così fino alla ricostruzione (non soltanto ideale) di se stessa. La psicosi vista quindi come via per una seconda nascita: Cha Young-goon in fondo è convinta di vivere per completare una trasformazione all’interno di un corpo che è solo un bozzolo di inutile carne. Insieme a lei conosceremo anche gli altri pazienti del manicomio in cui viene rinchiusa, tutti lasciati liberi di esprimersi come meglio possono, tra cui Park ll-sun affetto da fobia dell’abbandono che sembra l’unico in grado di capirla fino in fondo e di realizzare che il solo scopo del momento non è la fuga/morte ma la sopravvivenza alla situazione. Dopo la trilogia sulla vendetta Park Chan-Wook cambia rotta e torna con una tragica e colorata favola moderna che è un inno alla vita, coraggioso laddove nega ogni aspettativa nei suoi confronti, libero nel continuare a sperimentare con contenuti e forma e il risultato è un film schizofrenico, ma in equilibrio tra sequenze di surreale violenza e altre di avvolgente suggestione onirica. Park gioca con l’immagine ma non si dimentica di amare (e farci amare) i suoi folli personaggi: sfido chiunque a dire il contrario davanti a quel cucchiaio di riso ingoiato durante l’ora di pranzo.
martedì, 20 maggio 2008
Speed Racer
Andy & Larry Wachowski
2008
La novità è che dopo il lesbo noir “Bound” e le derive filosofiche del fantascientifico “Matrix”, il ritorno dei fratelli Wachowski è a dimensione familiare e, visto il soggetto, non poteva essere altrimenti. Ispirato all’anime giapponese “Match Go Go Go”, Speed Racer è un’esperienza unica, un giocattolone psichedelico che non ha uguali nella sua forma compositiva. I Wachowski infatti si sbizzarriscono e re-inventano anche stavolta il genere: il risultato è un film che sembra un cartone riveduto e corretto, dove la grafica digitale non è solo lo sfondo in cui impiegare tutto il budget a disposizione, ma parte integrante del progetto che inonda letteralmente i personaggi che la percorrono a tutta velocità. Una velocità ricercata ossessivamente non solo nello spirito del racconto su quattro ruote e circuiti automobilistici, ma anche nella struttura stessa del film che, salvo alcune parentesi, non scende mai al di sotto dei 400 chilometri orari con un montaggio adrenalinico (il primo quarto d’ora è da incorniciare), carrelli al limite dell’impossibile, telecamere volanti, frenetici cambi si soggettiva, stacchi dinamici, sovrimpressioni, il tutto immerso in una fotografia dai colori abbaglianti e iperrealistici e un’estetica “frullata” da pop art. Di contro però ad un impatto visivo che mozza il fiato e diverte, non si può non sottolineare la faciloneria di una sceneggiatura che, pur filando liscia senza intoppi non lesina seriosa retorica da buoni sentimenti e concessioni ad un infantilismo che risultano ancora più stridenti se si pensa al fatto che nemmeno i film di animazione moderni cadono più in simili clichè. Ad un film come questo avrebbe giovato insomma una buona dose di ironia che qui è carente e spesso attribuita ad un bambino che si accompagna ad una scimmia umanizzata. Forma o sostanza, decidete dunque voi a quale aspetto dare più peso. Qui Speed Racer, nel suo essere puro intrattenimento roboante e sopra le righe ha convinto non poco: quando si esce dalla sala carichi di entusiasmo alcune considerazioni possono anche passare in secondo piano, no? Quindi, piede sull’acceleratore e go go go!
sabato, 17 maggio 2008
Edmond
Stuart Gordon
2006
Una notte di ordinaria follia quella di Edmond, uomo qualunque tutto casa e lavoro, che dopo un incontro con una cartomante lascia la moglie e si disperde nel buio losangelino alla ricerca di sè stesso tra prostituzione, locali hard, spacciatori e delinquenti. Sulla carta un soggetto che si muove su elementi certamente non nuovi, ma al contrario questo piccolo film di Stuart Gordon si rivela un thriller atipico, teso e claustrofobico, sorretto su una sceneggiatura illuminante e un personaggio folle e indimenticabile interpretato magistralmente da William Macy. Soffermandosi sulla struttura filmica, la consequenzialità degli eventi in Edmond non sono mera azione che gira a vuoto ma il motore di riflessioni ben più consistenti. Il film infatti inizia rapido e immediato con un paio di sequenze che ci permettono di contestualizzare il personaggio e la sua vita ben coesa con certi meccanismi della società. Pochi minuti ed Edmond sarà sulla strada in una lenta e inesorabile discesa agli inferi, alla ricerca di quella sana trasgressione che si è sempre negato e che in quel momento rappresenta un mezzo per riprendere coscienza di sè, ma si dovrà scontrare con un mondo che nel suo essere gretto e allo sbando rivela di avere le stesse regole e codici ben stabiliti che lui conosce già fin troppo bene, quelli su cui la parte “giusta” del mondo si fonda. La sua risposta, nel rifiutare questo ennesimo piegarsi alle logiche di un gruppo sociale, sarà tanto spietata quanto primordiale: inizia ad uccidere perché minacciato come individuo. Nel suo essere glaciale e disumano, Edmond rivela quindi tutto il suo essere umano, con le sue aggressività represse, le cose non dette (a se stessi), gli stereotipi costruiti come una difesa, le paure. Uno spietato ritratto sulla natura umana che non può lasciare indifferenti per la sua estrema lucidità: Edmond affascina e disturba per il suo essere riconoscibile, perché tocca delle corde che sappiamo conoscere molto bene e che fortunatamente tentiamo di allontanare in modo più o meno consapevole.
mercoledì, 14 maggio 2008
Southland Tales
Richard Kelly
2006
Quanto è ricco il piatto da cui attingere per stroncare Southland Tales. A voler essere ponderati lo si può definire inconcludente, ma non mancherà d’innescare reazioni feroci in chi detesta i film girati su sceneggiature che sono un optional trascurabile o di chi si pulirebbe volentieri il culo con quella visionarietà esasperata che può diventare un’arma a doppio taglio nove volte su dieci. Viene anche difficile avvicinarsi ad un lavoro che, arrivato al grande pubblico dopo la disastrosa premiere di Cannes, è la conseguenza di mille rimaneggiamenti, di nuovi montaggi e semplificazioni che forse, si allontanano dall’idea originaria. Ma tant’è, ecco che lo si guarda con curiosità nelle sue quasi tre ore di autentico delirio citazionista in cui Kelly, usando la mdp come un telecomando, non si risparmia nel gettare all’interno di questo frullatone postmoderno qualsiasi elemento utile a descrivere la confusione e la follia dei nostri tempi. Dovendolo descrivere in due parole, Southland Tales narra la degenerazione di un futuro mica tanto lontano (siamo nel 2008) in cui tutto ha origine da un’esplosione nucleare in Texas che è solo l’inizio di un’apocalisse imminente, di una serie di reazioni a catena che coinvolgeranno situazioni e personaggi: c’è un attore che ha perso la memoria, una pornostar protagonista di un talk show in cui si discute di attualità, sesso e canta cose come “L’arrapamento adolescenziale non è un crimine”, ci sono due gemelli reduci della guerra in Iraq e un terzo soldato perennemente alterato da droghe e alcol che è anche la voce narrante mentre imbraccia un fucile di precisione e spara sulla folla. Poi ancora l’Usident che è un Grande Fratello riveduto e corretto, programmi di controllo del crimine a distanza come videogiochi, elezioni presidenziali come reality, multinazionali governate da inquietanti figure che creano energia alternativa alterando l’equilibrio spazio-temporale dell’universo e, si, oltre ad un cast talmente inedito da far impallidire il Tarantino più impavido e una colonna sonora che spazia dai Pixies ai Radiohead, sto sicuramente dimenticando qualcosa. Ora, se nel leggere queste righe vi siete ritrovati a sghignazzare senza pudore, lasciate pure perdere; al contrario ai temerari auguro di lasciarsi trasportare nel tunnel senza uscita che è Southland Tales, con le sue scelte spesso sbagliate, le sue acute esagerazioni, coi suoi momenti tremendamente kitch e altri di commovente bellezza che fuggendo da qualsiasi logica classificazione, ha se non altro il pregio di possedere una sua schizofrenica coerenza, risultando talmente personale e coraggioso da meritare una visione e da far sperare che una volta prese le misure col mezzo cinema, Richard Kelly possa regalarci il suo capolavoro.
domenica, 11 maggio 2008
Little Children
Todd Field
2006
Apparentemente lontano dal cinismo di “Happiness” e dalle profondità esistenziali di “American Beauty”, Little Children è il nuovo capitolo di un’America che si decompone tra le mura domestiche, una galleria di personaggi imperfetti (o forse si dovrebbe dire terribilmente umani) destinati ad incrociarsi una volta superato l’uscio di casa. Volendo, con sforzo interpretativo, estendere il tutto alla solita critica sulla società americana, di cui i due film già citati sono che lo si voglia o meno degli esempi piuttosto rappresentativi, Little Children si rivela invece come un piccolo film fatto di storie che si regge da solo senza la spasmodica rincorsa ad una morale da parabola che ne giustifichi gli intenti. Il pregio di Todd Field, già fattosi notare con lo splendido dramma da camera “In the bedroom”, è quello di prendersi tutto il tempo necessario per dare voce ai numerosi personaggi che si alternano sulla scena, merito anche di una sceneggiatura che non lascia nulla al caso (di cui Field è coautore) lavorando finemente su psicologie, comportamenti, gesti e fuggendo alle facili stereotipie che una storia come questa inevitabilmente si può portare dietro. Siamo nella tranquilla Rayburn, un piccolo sobborgo sorretto su una quotidianità assonnata, fatta di passeggiate al parco tra mamme con i propri figli, partite a football tra amici e incontri domestici in cui si discute sul libro del mese. E’ subito lampante l’uso che Field fa del gruppo sociale: che sia circoscritto ad ambienti ristretti o più largamente esteso a tutta Rayburn, rappresenta una sicurezza in contrapposizione alla freddezza domestica (gruppo familiare), la quale è una costante per tutti i personaggi. Ed è proprio dal muro innalzato dagli abitanti di Rayburn contro Ronnie, un pedofilo esibizionista di ritorno a casa dopo due anni di carcere, che ha inizio il tutto. Il mostro diventerà il filo conduttore dell’intero film, l’uomo con cui confrontarsi e a fianco del quale assisteremo, tra gli altri, alle vite di Sarah e Todd, che fuggono ad un marito assente e ad una moglie troppo presa da se stessa, per ritrovarsi in una bruciante storia d’amore alimentata da frustrazioni comuni. La regia di Field si cuce addosso ai loro corpi e sorprende in più occasioni, ricercando senza invadenza il dettaglio, giocando magnificamente con gli interni (mi viene in mente la labirintica casa di Sarah, un’estensione del suo stato d’animo) per restituirci una storia avvolgente e straniante, perfettamente calibrata nel suo essere ora ironica, ora amara e drammatica e che evita abilmente di prendere posizioni nette per lasciare al pubblico le proprie considerazioni. Come quando ci si affaccia nel buio di uno dei finali aperti più belli visti al cinema negli ultimi anni che solo apparentemente sembra mettere un punto, ma che fa toccare con mano uno smarrimento che forse non potrà mai essere cancellato.
venerdì, 09 maggio 2008
Loverboy
Kevin Bacon
2005
Alla maternità come istinto piuttosto che come ruolo antropologico e sociale, si contrappone in Loverboy una spinta che sembra nascere più come risposta al bisogno di una figura genitoriale assente. Emily è stata una bambina solitaria dai genitori evanescenti che sogna una madre perfetta; diventata adulta il riscatto sembra indirizzarsi tutto verso la necessità di avere un figlio proprio da accudire per diventare al contempo quella madre idealizzata che ha sempre desiderato. Un amore esclusivista al limite del patologico che la porta ad evitare qualsiasi interposizione tra lei e suo figlio, intuibile già dal grottesco concepimento in cui l’uomo è esclusivamente circoscritto al frutto dei suoi testicoli. L’esordio alla regia di Kevin Bacon ha il pregio di trattare con originalità una materia fin troppo battuta, senza paura di risultare poco accomodante, ma di contro ad una sceneggiatura che nonostante qualche ingenuità e passaggio affrettato porta comunque a segno quello che deve essere veicolato, rimbomba una regia che è una raccolta di scelte sbagliate. A partire da una struttura che muovendosi su tre differenti flashback risulta inutilmente appesantita e ripetitive soluzioni quali ralenti e flou che mal si sposano con l’atmosfera realista della storia. Succede però che l’impatto emotivo di questa relazione unica e soffocante rimane intatto e questo film scoperto un po’ per caso, a suo modo si lascia ricordare; forse per quel pre-finale che gela il sangue o per quella “Life on Mars” di Bowiana memoria cantata a squarciagola da Emily ai suoi genitori come ultima disperata richiesta d’amore.
mercoledì, 07 maggio 2008
Michael Clayton
Tony Gilroy
2007
Con un incipit asciutto e cupo al punto giusto, immerso in una notturna ed irriconoscibile New York, che rivela sin da subito l’atmosfera che si respirerà per tutta la sua durata, Michael Clayton parte bene ma non mantiene fino in fondo le ottime aspettative iniziali. Sia chiaro, qui si è lontani dal sonoro tonfo nell’acqua, ma l’impressione predominante è quella di avere assistito ad un lavoro che punta in alto senza averne le possibilità. A conti fatti Tony Gilroy, già blasonato sceneggiatore e qui alla sua prima regia, gira attorno ad una trama piuttosto telefonata con la solita multinazionale sul banco degli imputati e il corollario di viscidi avvocati vs avvocati dal cuore d’oro e altri con crisi di coscienza disposti a mettere in pericolo la loro vita, pur di allontanare il senso di colpa. Un soggetto non nuovo al cinema di genere che qui viene manipolato da una struttura circolare e che ha nella sua lunga parte centrale i limiti più evidenti. E’ l’incedere non propriamente lineare che, aprendo tutte le parentesi del caso per descrivere le dinamiche tra i personaggi, anzichè appassionare non fa altro che appesantire l’intera narrazione, rendendo il film prolisso e incerto nel suo voler essere di denuncia o un apologo sulla corruzione umana. Dispiace che la tanta carne al fuoco prodotta dalla sceneggiatura si scontri con una regia che, al contrario lavora di sottrazione e risulta vincente in più occasioni riuscendo a costruire sequenze di lucida tensione. Il fiore all’occhiello di Michael Clayton rimane comunque l’ottima prova dell’intero cast con un George Clooney stranamente sobrio e non ansioso di mostrare l'intera dentatura e una Tilda Swinton che timbra il cartellino, ma come solo poche sanno fare.