Lars e una ragazza tutta sua / La famiglia Savage
Craig Gillespie/ Tamara Jenkins
2007

Lars con la sua metà al silicone e l’attempato Lenny Savage affetto da demenza senile: sono solo due dei personaggi che quest’anno hanno segnato un’inversione di tendenza nel cinema indipendente americano, da sempre attento ai cambiamenti culturali e sociali, non disdegnando sonori ceffoni all’establishment (senza andare troppo lontano basti citare “Little Miss Sunshine” e la feroce critica al culto dell’immagine). Ai grandi nomi diventati cupi raccontando il cuore nero dell’America (PT Anderson, i Coen e Lumet) risponde quindi il cinema dalle produzione low-cost che sembra essersi riappropriato delle storie senza necessariamente renderle l’emblema di una società in disfacimento. Tamara Jenkins scrive e dirige il suo secondo lungometraggio, dedicandolo a due fratelli ritrovatisi per accudire un padre malato, mentre l’esordiente Craig Gillespie si affida alla sceneggiatrice Nancy Olivier (già penna illuminata del televisivo “Six Feet Under”) per raccontare Lars, un uomo che si arrende alla vita rifugiandosi tra le braccia di una bambola di dimensioni umane a cui manca solo la parola. Inevitabilmente, due lavori che si fondano su colpi di sceneggiatura ben assestati, regie asciutte attente più al dettaglio (emotivo e situazionale) che al virtuosismo e su grandi interpretazioni: il trio della famiglia Savage, in cui spicca ancora una volta un’insofferente e memorabile Philip Seymour Hoffman, e il taciturno Lars, un Ryan Gosling che si conferma tra i migliori attori della sua generazione.

Dettaglio emotivo, si diceva. Impossibile non capitolare davanti alle implosioni di Wendy e Jon, che si materializzano con tutta la loro forza in frasi non dette, rancori e ricordi accennati di un passato che si riaffaccia con prepotenza e si impone ai due, mentre tentano di curare un padre che non è più quello di un tempo, non è più quello che hanno detestato per anni. La Jenkins descrive la preparazione ad un lutto reale, ma anche l’affrontare il “lutto” verso una relazione che sta cambiando, di dinamiche destinate ad essere seppellite per sempre. Difficile non cadere nella spiazzante delicatezza di un’entusiasta Lars che porta la siliconica Bianca a cena dallo sbigottito fratello, e la comprensione di una comunità che appoggia la sua psicosi perché ne comprende l’origine e non la rifiuta. Due film che giocano col dramma, mutuandolo con elementi della commedia e che convincono nonostante trascurabili imperfezioni (soprattutto nel film di Gillespie a cui una sforbiciata qua a là avrebbe sicuramente giovato) e che si imprimono nella memoria come polaroid destinate a non sbiadirsi mai.
Craig Gillespie/ Tamara Jenkins
2007

Lars con la sua metà al silicone e l’attempato Lenny Savage affetto da demenza senile: sono solo due dei personaggi che quest’anno hanno segnato un’inversione di tendenza nel cinema indipendente americano, da sempre attento ai cambiamenti culturali e sociali, non disdegnando sonori ceffoni all’establishment (senza andare troppo lontano basti citare “Little Miss Sunshine” e la feroce critica al culto dell’immagine). Ai grandi nomi diventati cupi raccontando il cuore nero dell’America (PT Anderson, i Coen e Lumet) risponde quindi il cinema dalle produzione low-cost che sembra essersi riappropriato delle storie senza necessariamente renderle l’emblema di una società in disfacimento. Tamara Jenkins scrive e dirige il suo secondo lungometraggio, dedicandolo a due fratelli ritrovatisi per accudire un padre malato, mentre l’esordiente Craig Gillespie si affida alla sceneggiatrice Nancy Olivier (già penna illuminata del televisivo “Six Feet Under”) per raccontare Lars, un uomo che si arrende alla vita rifugiandosi tra le braccia di una bambola di dimensioni umane a cui manca solo la parola. Inevitabilmente, due lavori che si fondano su colpi di sceneggiatura ben assestati, regie asciutte attente più al dettaglio (emotivo e situazionale) che al virtuosismo e su grandi interpretazioni: il trio della famiglia Savage, in cui spicca ancora una volta un’insofferente e memorabile Philip Seymour Hoffman, e il taciturno Lars, un Ryan Gosling che si conferma tra i migliori attori della sua generazione.

Dettaglio emotivo, si diceva. Impossibile non capitolare davanti alle implosioni di Wendy e Jon, che si materializzano con tutta la loro forza in frasi non dette, rancori e ricordi accennati di un passato che si riaffaccia con prepotenza e si impone ai due, mentre tentano di curare un padre che non è più quello di un tempo, non è più quello che hanno detestato per anni. La Jenkins descrive la preparazione ad un lutto reale, ma anche l’affrontare il “lutto” verso una relazione che sta cambiando, di dinamiche destinate ad essere seppellite per sempre. Difficile non cadere nella spiazzante delicatezza di un’entusiasta Lars che porta la siliconica Bianca a cena dallo sbigottito fratello, e la comprensione di una comunità che appoggia la sua psicosi perché ne comprende l’origine e non la rifiuta. Due film che giocano col dramma, mutuandolo con elementi della commedia e che convincono nonostante trascurabili imperfezioni (soprattutto nel film di Gillespie a cui una sforbiciata qua a là avrebbe sicuramente giovato) e che si imprimono nella memoria come polaroid destinate a non sbiadirsi mai.






E’ l’abbandono il filo conduttore di “My blueberry nights”, il lasciarsi e il ritrovarsi. Inizia tutto con una chiave che è il simbolo di una storia che finisce, abbandonata in una tavola calda da Elizabeth, durante una notte fredda e silenziosa. Quella sera stessa incontrerà Jeremy, dal quale fuggirà poco dopo intraprendendo un viaggio verso Memphis alla ricerca di se stessa. Un road movie, dunque, fatto più di soste che di movimenti, fatto di incontri che portano sulle spalle il peso di una metà mancante. Wong Kar-wai declina ancora l’amore nel nuovo capitolo del suo percorso artistico, ma non convince fino in fondo. Stordisce con l’eleganza delle sequenze, con la ricercatezza dei dettagli e dei movimenti, nascondendo gli sguardi dietro riflessi deformanti che restituiscono una dimensione non banale della materia trattata; apre con un incipit da ricordare, ma si perde nei chilometri del viaggio, procedendo a compartimenti stagno attraverso una galleria di personaggi che non graffiano e si dimenticano. Persino il suo tratto distintivo, quel ralenti che altrove era intrinseco ai personaggi e ne sottolineava magnificamente le psicologie, qui avvolge una frenetica realtà esterna e diviene tedioso. Uno sfoggio stilistico che finisce con l’uccidere gli intenti di un film che non emoziona e risulta freddo come una fetta di torta ai mirtilli avanzata dal giorno prima.
Al terzo film, dopo l’ottimo esordio con “Little Odessa” e lo scivolone “The Yards”, James Gray torna a parlare del cuore nero di New York, chiudendo un’ideale trilogia sulla malavita organizzata, che nasce ancora una volta sotto l’ala protettrice di famiglie tanto legate quanto omertose. “I padroni della notte” si muove tra le trame dello spaccio di droga che mise in ginocchio la grande mela negli anni ottanta, passando dalla strada agli affollati night in mano alla mafia russa; uno di questi locali è diretto da Bobby Green (Joaquin Phoenix) figlio e fratello di due poliziotti ovviamente intenzionati ad eliminare tutto il marcio dalla città. Se presenti, limiti e stereotipi fanno parte del genoma del genere: un poliziesco dall’impianto classico che vira verso la tragedia familiare, costruito più sulle situazioni e sugli esiti, che sulla psicologia dei personaggi (anche se questa è violentemente sottintesa). Ma laddove Gray sembra citare impunemente, offre invece l’affresco vivo e sentito di un cinema che forse non esiste più, ma che ogni tanto è bene ricordare. E lo fa dirigendo un cast che non fallisce nemmeno uno dei colpi a disposizione e piazzando almeno tre sequenze da antologia: il chiacchieratissimo incipit, la forsennata corsa sotto la pioggia e il pre-finale con un uso suggestivo quanto avvolgente del fumo, che diventa catartico, prima di una chiusura con una frase che rimbomba, secca, più di uno sparo. 
Ma se l’ultimo Allen è pessimista, Lumet cos’è? Il paragone si impone, visto che si parla anche qui di due fratelli marci fino al midollo che, per sanare una situazione finanziaria disastrosa, mettono in piedi il colpo del secolo: rapinare la gioielleria dei genitori. Facile? No, se il destino mette il bastone tra le ruote. Ne consegue una lenta e inesorabile discesa agli inferi, che non concede né sconti, né redenzioni. Bisognerebbe soffermarsi sul fuorviante titolo italiano che lascia intendere un sottotesto che in realtà non esiste: dio non c’è, anzi è una stronzata come sottolinea Andy Hanson quando tutto inizia ad andare a rotoli. Lumet mette invece in scena la disfatta della famiglia americana, ormai priva di qualsiasi valore e nutrita dalle falsità, l’odio, il risentimento, attraverso un noir teso e claustrofobico che si attacca alla gola senza mollare un secondo la presa. Colpisce, duro, grazie anche ad un teso montaggio ad incastro che con continui salti temporali (partendo da un fatto già chiaro in partenza) affonda nelle miserie dei personaggi mostrandone i diversi punti di vista e le reazioni a ciò che succede, in un continuo scontro tra genitori, figli e non solo. Il topos è dunque quello della più classica delle tragedie shakespeariane presa di petto, come solo i grandi sanno fare; ma qui non c’è spazio per sbadigliare su una storia già vista, poiché “Before the devil knows you’re dead” diventa subito un’apnea lunga due ore.
Uno sguardo allo storico cinematografico e l’esempio di cosa “Lontano da lei” sarebbe potuto diventare, è sotto gli occhi di tutti: “The Notebook” di Nick Cassavetes, un drammone patinato e bagnato dalle lacrime, mosso soprattutto dall’ossessione del ricordo. Sarah Polley invece, si spoglia di inutili orpelli e parla di Alzhaimer a bassa voce, sussurrando gli effetti della malattia su una coppia dal legame indissolubile. Ne risulta una storia pervasa di disperata consapevolezza e fortemente ancorata al presente. Accettando la decisione della moglie di ricoverarsi in un clinica, Grant si ritrova a soffocare il dolore che nasce, distruttivo, nel vedere Fiona dimenticare acquistando una nuova indipendenza. A questo punto più che i vuoti di memoria, diviene insostenibile sopportare l’essere completamente inutile; i due si ritrovano quindi a dover dare vita ad una nuova dimensione del loro rapporto. La Polley scombina spesso le carte in tavola e il suo film non rimane legato alla storia d'amore, nè tantomeno a quella della malattia, ma va oltre diventando il manifesto del bisogno umano di condividere il momento. E Grant troverà il modo per arrivare a Fiona, incollarsi alla sua nuova pelle, abbracciandone l’oblio.