lunedì, 29 ottobre 2007
THE BOURNE TRILOGY


The Bourne Identity (Doug Liman, 2002)



Matt Damon è Jason Bourne, l’agente speciale della CIA programmato per uccidere che ha perso la memoria durante una missione. Ritrovato privo di sensi in mare aperto da un gruppo di pescatori, dovrà ricostruire il suo passato partendo da due fori di proiettile sulle schiena e un codice bancario impiantato sotto la pelle. Arrivato nelle sale, Bourne spazzò via in un solo colpo obsoleti 007 e cyborg da missioni impossibili, rimbalzando da un posto all’altro dell’Europa alla ricerca di se stesso e in fuga dai suoi burattinai che lo vogliono morto. Tratto da un romanzo di Robert Ludlum, dirige Doug Liman, un action movie che si regge su un personaggio importante, ben lontano dalla retorica del supereroe e che conta su un sapiente mix di azione e introspezione psicologica.


The Bourne Supremacy (Paul Greengrass, 2004)



L’inglesissimo Greengrass sale alla regia, svecchiando l’atmosfera seventies del primo capitolo e sfornando un film dall’impianto “americano”. Bourne diventa un dinamico action di nuova concezione con il suo momento fracassone (nel finale ed è davvero troppo) ma risulta comunque un buon sequel. Non tutti hanno apprezzato la svolta, ma la camera a mano di Greengrass fa faville, dando ritmo e portando perennemente lo spettatore dentro le situazioni e sulle spalle dei personaggi. Tony Gilroy confeziona una sceneggiatura ad incastro, che aggiunge nuovi ricordi alla mente di Jason Bourne e prosegue un percorso narrativo senza troppe forzature.


The Bourne Ultimatum (Paul Greengrass, 2007)



Un Matt Damon sempre più calato nel personaggio è la punta di diamante di questo ultimo (?) capitolo. Il Jason Bourne di Ultimatum è un uomo in cerca di vendetta e prossimo alla resa dei conti col suo passato e Damon non si risparmia, donandogli tutto lo spessore necessario per traghettarlo verso quelle rivelazioni che si attendono sin dal primo episodio. The Bourne Ultimatum parte subito con la quinta ingranata e non molla il tiro per un’intera ora di mirabolanti ed estenuanti inseguimenti, prima di rallentare e cedere il passo alle soluzioni di rito. Una vera goduria per gli amanti del genere, un po’ meno per chi dei precedenti capitoli ha apprezzato anche la buona sceneggiatura, in questo caso risolutiva sì, ma troppo risicata a discapito degli argomenti tirati in ballo. Greengrass non sposta di una virgola il suo approccio alla storia: c’è ampio sfoggio di tecnica, ma ammicca continuamente al precedente capitolo, il che è un grosso limite se si deve concludere che, tolto dal contesto della trilogia, ci si ritrova con un film monco e concepito come fosse la seconda parte di un telefilm andato in onda il giorno prima. In definitiva una prova godibile, ma che porta la dicitura “solo per fans” sin dai titoli di apertura.
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sabato, 27 ottobre 2007
Gerry
Gus Van Sant
2002

Non succede nulla eppure succede di tutto. Ecco, potrei chiudere così, rimanere in balia del tumulto interiore e raccogliere i pezzi di cuore sparsi sul pavimento. Van Sant, che apre con questo film la sua personale trilogia di giovani e morte (proseguita con Elephant e Last Days), diventa l’anomalia del cinema americano, lavorando per sottrazione e restituendoci l’essenza delle cose. Gerry è un film indefinibile, minimalista, coinvolgente nel suo incedere intriso di lirismo che sfrutta il senso panico della natura per rappresentare la deriva di due amici smarriti in una zona desertica, alla ricerca di una via del ritorno, stanchi, disidratati e in balia di allucinazioni sempre più destabilizzanti. Van Sant libera i suoi protagonisti nel ventre materno della natura incontaminata, ma lei si ritrae negando il cordone ombelicale e, mentre i due si addentrano in sperdute lande che si aprono verso orizzonti indistinguibili, ne progetta l’uccisione come una spietata Medea. La forza di Gerry risiede nel saper sfruttare i silenzi dei suoi personaggi, unico dettaglio in un contesto che li sovrasta, i quali avanzano senza direzione nella terra che finisce col diventare una metafora della vita e dello smarrimento dell’uomo in essa. Un dichiarazione d’amore per chi ci cammina attraverso, magari cadendo per non rialzarsi più, oppure risollevando la testa per guardare oltre.
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domenica, 21 ottobre 2007
La vie en rose
Olivier Dahan
2007

La prima impressione che si ha vedendo La vie en rose, è quella di avere conosciuto una donna ritrovatasi per puro caso sul palcoscenico ad usare la voce come un mezzo per risorgere dalle proprie ceneri. Quella stessa voce divenuta salvifica quando Edith Piaf, ancora bambina, abbandonata dai genitori e cresciuta in un bordello nel viavai di clienti e prostitute, entra nelle grazie di uno scopritore di talenti che le cambierà la vita. Passata dal grigiore dei marciapiedi alla luce della ribalta, si ritroverà ancora una volta circondata dalle persone, ma sola con la sua voce. Lo spirito europeo che muove questo ennesimo film biografico sulla stella che si consuma sotto i riflettori è, oltre alla magistrale prova di Marion Cotillard, elemento di interesse che lo differenzia da altri prodotti di genere. Felice infatti la scelta di Olivier Dahan di abbandonare una narrazione dall’andamento didascalico a favore di un sentito puzzle di eventi chiave, che alternando passato e presente, descrivono la Piaf senza mai sopraffarla: ogni episodio rappresentato la vede unica protagonista e diventa pelle sulla persona che è diventata. Lei e la sua musica, onnipresente, a sottolineare quello che le parole di una sceneggiatura avrebbero reso ridondante. Marion Cotillard, si diceva, interpreta la Piaf fagocitandone l’essenza, radiosa mentre muove i primi passi verso il successo, quando piccola e intimorita esplode sui palchi della Francia per diventare un attimo dopo il simbolo di chi dal basso finisce con l’essere qualcuno, senza mai dimenticare quello che si è stati. Quella stessa persona che continua a vivere alternando successi a disperati eventi privati, in cui l’inquietudine interiore diventa impellente bisogno di raccontarsi ed esistere attraverso la propria arte, fino alla fine, quando piegati dal dolore si sale per l’ultima volta sul palco e cantare di non avere rimpianti per come si è vissuto.
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venerdì, 19 ottobre 2007
Eddie Vedder: Into The Wild



Vi è mai capitato di vivere un momento talmente intenso e nello stesso istante, spingere il vostro cervello a scrivere partiture musicali immaginarie adatte a sottolinearlo? Se è successo non faticherete a capire quale sia lo spirito che muove un disco come Into The Wild, colonna sonora dell’omonimo film di Sean Penn, nonché primo lavoro solista di Eddie Vedder. Un debutto atipico il suo, se si pensa alle solite impellenti motivazioni che spingono i leader di gruppi di successo a cercare vie più personali rispetto a quello che propongono normalmente. Vedder invece si annulla per diventare Chris McCandless, un globetrotter che si è lasciato gli agi della vita moderna alle spalle per ritrovare se stesso lungo le strade degli Stati Uniti. Gli da voce, raccontandolo per farlo vivere in eterno. “A world begins where the road ends, watch me leave it all behind” canta in Far Behind, mentre lunghe notti stellate si alternano a giornate di sole sulla faccia e la gioia si incontra con la paura e la solitudine. Per ogni suo passo posato su asfalti e strade sterrate che si aprono verso nuovi orizzonti, risuonano ruvide ballate acustiche trasportate dal vento che esplodono nell’aria per poi morire in un vecchio furgone abbandonato nelle gelide lande dell’Alaska.


Prodotto da: Adam Kasper, Eddie Vedder

Tracklist: 1. Setting Forth/ 2. No Ceiling/ 3. Far Behind/ 4. Rise/ 5. Long Nights/ 6. Tuolumne/ 7. Hard Sun/ 8. Society/ 9. The Wolf/ 10. End of the Road/ 11. Guaranteed
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giovedì, 18 ottobre 2007
"Behind a vessel of clouds, a sun wakes up from its lethargy"



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mercoledì, 17 ottobre 2007
Waitress
Adrienne Shelley
2007

Vivere una non-vita scandendo il passare dei giorni e lo scorrere degli eventi, cucinando torte dai nomi improbabili, è il passatempo preferito di Jenna, cameriera del Joe’s Pie una tavola calda di provincia. “Sono un chiodo piantato in questa maledetta vita”, dice, covando una rabbia che al massimo si manifesta attraverso un pungente cinismo e lasciandosi abulicamente scivolare tutto addosso (inclusa un'inattesa gravidanza). Aspetta la svolta, che ha più il sapore dell’evento da favola che di una cosciente presa di posizione su cosa sia giusto fare per cambiare la situazione. Adrienne Shelley dirige una commedia uterina dai toni amari che, nella migliore tradizione dei film Sundance, riesce a far sorridere affrontando dubbi, gioie e drammi del quotidiano, puntando tutto su personaggi irresistibili. Ben scritto (nonostante qualche trascurabile stereotipia) e con una regia al servizio della storia, Waitress si muove nei territori del sentimentalismo, ma non c'è traccia di soluzione scontata: consigliato a tutti gli orfani di “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno”.
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lunedì, 15 ottobre 2007
Dirt
Matthew Carnahan
(STAGIONE 1)
2007



Dietro le porte chiuse della redazione di una rivista scandalistica, si consuma la mattanza delle stars di turno capitanata da Lucy Spiller, spietata direttrice dal cuore che batte dietro l’angolo (basta, le vogliamo perfide senza sensi di colpa!) e Don Konkey il fido paparazzo al limite del grottesco che per la giusta legge del contrappasso, distruggendo vite altrui, non ne ha una propria ed è diviso tra miserie private e una schizofrenia sedata dai farmaci. C'è schiettezza nei temi, ma non nella loro contestualizzazione in Dirt, che appare sin da subito come una furba galleria di eccessi in cui l’imperativo è premere il piede sull’acceleratore della provocazione fine a se stessa, usandola al massimo come mezzo per una morale spicciola. Non è un bene che l’unica considerazione da fare si riporta ad un labile “scopriamo le magagne dello show-business e del gossip che alimenta o distrugge un personaggio pubblico”: dopo mesi in cui ad ogni apparizione di Corona in tv si è avuto un copioso travaso di bile, dovremmo applaudire alla serie USA di turno che parte con questi presupposti? Non c’è critica, non c’è satira degna di nota, i dialoghi sono nella media del prodotto di genere e si scippa a piene mani l’estetica del già celebre Nip/Tuck. Un telefilm che ha il peso della stampa a cui si ispira.
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domenica, 14 ottobre 2007
Californication
Tom Kapinos
(STAGIONE 1)
2007



Don’t judge a book by his cover. Hank Moody è uno scrittore non praticante (come ama definirsi), un Chinaski ripulito che ogni tanto si concede una bevuta e una sniffata di coca, senza però rinunciare al piacere della compagnia femminile. Per i più un grosso e stronzo cinico, ma a ben vedere è solo un uomo che ne ha viste troppe per essere assertivo nei confronti del prossimo. In due parole, un eroe. Tra un amore finito che cerca di riconquistare (nel bel mezzo di una crisi artistica) e mirabolanti avventure sotto le lenzuola, si dimostra leale con gli amici, ma soprattutto legatissimo alla figlia quattordicenne che si affaccia al mondo imbracciando una chitarra. E’ stato definito “il telefilm più sporcaccione che si possa vedere in tv senza estrarre la carta di credito“, ma sarebbe riduttivo riportare Californication alla sola componente sessuale. Molteplici gli aspetti che lo rendono un prodotto da ricordare: un ritmo serrato, una sceneggiatura brillante che non concede sconti (per la gioia di tutti i conservatori americani che hanno fatto partire la solita crociata mediatica) e una galleria di personaggi fallati e complessi che è un piacere scoprire di puntata in puntata. Ma è soprattutto il vecchio Moody a lasciare il segno, mentre ti sputa in faccia il fumo della sua sigaretta, dispensando massime di vita da marchiarsi a fuoco nella memoria.
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venerdì, 12 ottobre 2007
2 Giorni a Parigi
Julie Delpy
2007

Quando la Nouvelle Vague incontra Woody Allen. Nonostante i riferimenti cinematografici siano più che palesi, la Delpy (che ha scritto, diretto, montato, musicato e interpretato 2 Giorni a Parigi) offre la sua personalissima visione del rapporto di coppia, senza sbavature e calando il più delle volte l’asso della situazione sopra le righe per restituire una vivida fotografia delle dinamiche uomo/donna. In quei due giorni a Parigi, che diventa protagonista in punta di piedi della pellicola (e finalmente non sono solo Champs-Elisée e Tour Eiffel a fare da cornice) Marion e Jack rivedono la punteggiatura del loro rapporto dopo una vacanza veneziana e prima del rientro in America. Francese lei, americano lui, si scoprono per la prima volta attraverso verbosi battibecchi che rivelano nevrosi, insicurezze e limiti non solo relazionali, ma anche culturali. Negli spazi ristretti di case imbottite di ricordi, di locali affollati e inediti scorci parigini, si consuma la biopsia di un amore: tra genitori post-sessantottini, ex amanti (di lei) che spuntano dietro l’angolo con storie da raccontare e che descrivono una Marion che non c’è più, artisti spocchiosi e una galleria di spassosi stereotipi, Julie Delpy tiene alto i toni di una commedia intelligente e divertita che ha il suo punto di forza in una girandola di dialoghi che non lasciano il tempo di respirare nemmeno per un secondo.
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mercoledì, 10 ottobre 2007


IN RAINBOWS
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