lunedì, 23 luglio 2007
Una notte in Italia:
Festival del cinema di Tavolara 19/22 luglio 2007



Chiusa con atteso e confermato successo, la nuova edizione di “Una notte in Italia”, (suggestiva e disimpegnata rassegna di cinema italiano, organizzata dal comune di Olbia sotto la supervisione del mensile CIAK) rimane valida occasione per recuperare i più importanti lavori italiani usciti più o meno in sordina durante l’anno. Il rammarico più grande è stata la mancata visione di Come l’ombra di Marina Spada, arrivato sull’isola come un piccolo evento viste le 8 copie distribuite nelle sale; impegni improvvisi mi hanno permesso infatti di assistere ad una sola serata di proiezioni. Torno a casa quindi con negli occhi una triste Milano e una Roma borghese e irrisoluta, per due lavori con in comune Luca Argentero, le strisce di cocaina e la cremazione: alla faccia dell’inventiva! Grande assente il “Bello & Invisibile” Sangue - La morte non esiste: considerando che ogni anno il vincitore del suddetto premio ha la proiezione garantita al Festival, tocca concludere che forse gli incestuosi e tossici fratelli diretti da Libero De Rienzo non sono stati ritenuti adatti per una festosa platea estiva. Un vero peccato.


A casa nostra
Francesca Comencini
2006



La “casa nostra” è l’Italietta delle magagne, dei politici corrotti e della prostituzione sempre più dilagante: un ritratto desolante in cui i soldi governano ogni relazione, per un film di denuncia che, ancor prima di iniziare, muore soffocato da una sceneggiatura risicata e si perde in sconfortanti luoghi comuni. Animata da uno spicciolo spirito post-femminista, Francesca Comencini racconta infatti di donne cristiche, personaggi inevitabilmente positivi nel loro essere vittime, contrapposte al maschio ora corrotto, ora sfruttatore, ora bugiardo e irresponsabile. Una per tutte, la modella che non voleva fare la modella e si ritrova intrappolata in un sistema che mercifica le donne: suvvia un po’ di autostima, gira i tacchi e cambia vita. A conti fatti non rimane che il dubbio di avere assistito ad un lungo pretesto per parlare d’altro. Sorretta da una plumbea Milano la Comencini muove una schiera di personaggi che vivono sfiorandosi (un po’ Kieslowski, un po’ Inarritu, fate voi): il piglio è quello autoriale delle grande occasioni, ma tolta qualche buona sequenza, rimane impersonale è insopportabilmente pretenzioso.


Saturno Contro
Ferzan Ozpetek
2006



Contrapporre due coppie che si sciolgono, una per il tradimento e l’altra per la morte del partner, poteva essere spunto di interessante riflessione sul diverso modo di intendere la reazione al lutto, ma Ozpetek, abbandonando la dissestata e coraggiosa strada intrapresa con Cuore Sacro, decide di tornare al cinema che lo ha reso celebre, quello corale, fatto di storie e personaggi dall’animo lacunoso che si alternano sulla scena, raccontandosi nel quotidiano: il risultato è un continuo deja vù all’insegna del politicamente corretto. Chiudendo infatti gli occhi su una trama piuttosto standard e bulimica (in cui si salta con tranquillità dalle separazioni, ai dico, all’eutanasia), facendo finta di non vedere la solita impeccabile Buy tradita e un imbolsito Accorsi, è la faciloneria con cui ogni situazione tesa viene chiusa, ad irritare e a mortificare quel poco di buono che Saturno Contro ha da raccontare. Assistere ad film concepito come una fiction e a cui manca solo la scritta ”Mulino Bianco” a cornice di alcune sequenze, amplifica il senso dell’occasione mancata, soprattutto poi davanti una convincente direzione attoriale e a qualche sequenza visivamente suggestiva. La notizia di un nuovo film sceneggiato per la prima volta non da Ozpetek stesso, ma da Sandro Petraglia, fa ben sperare in una svolta per un regista ancora inespresso e da troppi anni chiuso nella ripetitività del suo mondo.

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venerdì, 20 luglio 2007
Sabrina
Billy Wilder
1954

Parafrasando quel “nessuno è perfetto” che chiude uno dei suoi maggiori successi (A qualcuno piace caldo), nonché uno dei capolavori della storia del cinema, verrebbe voglia di concludere la frase con un ”…ma Billy Wilder sì!”. Capita infatti che, per una storia sulla carta banalotta e stucchevole, ci si debba togliere il cappello e chinarsi dinanzi all’inventiva del regista austriaco, il quale sarebbe capace di dare mordente ad un dialogo tra muti. Per questa moderna Cenerentola contesa tra i due ricchi fratelli Larrabee, Wilder confeziona l’ennesima sceneggiatura inattaccabile che, se pur incasellabile nell’ambito della commedia romantica, non tradisce il suo spirito irriverente: quale regista si sognerebbe di smorzare quei toni favolistici che tanto sollazzano il pubblico, ironizzando sulla visione che si ha dei rapporti tra persone di diversa estrazione sociale? (Avrebbero detto che è un gesto democratico per un Larrabee sposare la figlia dell’autista, ma di te cosa avrebbero detto? La democrazia può essere una cosa tremendamente ingiusta. Nessun povero è stato mai chiamato democratico per avere sposato un ricco)



Wilder lo fa, usando la commedia come mai nessun altro. Da sempre abile nell’inserire al suo interno elementi tipici dei drammi, in Sabrina parla con lucidità di ricchi e di poveri, metaforicamente destinati a sedere insieme su di una limousine, ma divisi da un vetro; accenna a questioni di politica, fa intendere quanta ipocrisia ancora sia presente nella società, il tutto sferzando non critiche feroci o sbraitando da un pulpito sentenze di condanna, bensì con la soave grazia e bellezza di cui lui è sommo maestro: in un’inquadratura, il film. Infine, quale occasione migliore per vedere, accanto ad un cast di ottimi comprimari, un trio di attori da antologia: William Holden (Viale del Tramonto), Humphrey Bogart, finalmente libero dal personaggio accigliato che lo ha reso celebre e Audrey Hepburn, qui al suo secondo film hollywoodiano, con un ruolo che la consegna alla storia. Wilder la dirige valorizzandone ogni singolo gesto, con la consapevolezza di regalarle l’occasione della sua vita. A riprese concluse disse: “Dopo tante e tante cameriere da drive-in, con lei finalmente è arrivata la classe”


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mercoledì, 18 luglio 2007
Gli uomini preferiscono le bionde
Howard Hawks
1953
 
“Se la nave affonda e dovessi scegliere quale delle due salvare…. Finirei con l’affogare”, chiosa l’esterrefatto marinaio commentando Lorelei e Dorothy, passeggere della traversata transoceanica diretta in Europa, munite di bagaglio a mano e curve mozzafiato. La bionda e la bruna, due ballerine di nightclub in trasferta che sono il negativo l’una dell’altra: la svampita materialista e la seriosa irriducibile romantica; insieme, un’alchemica bomba ad orologeria. Howard Hawks (nome di punta dei rigorosi studios hollywoodiani ma allo stesso tempo regista libero di scardinarne i dettami) gira un’irrefrenabile commedia degli equivoci sceneggiata aggirando con maestria e sfrontatezza la censura dell’epoca, infarcita di travolgenti siparietti musicali, inconsapevolmente destinata a dettare legge e rimanere insuperata negli anni. Gli uomini preferiscono le bionde è tutto ciò che una commedia deve essere: intelligente leggerezza riversata su una messa in scena dal ritmo sostenuto dove battute fulminanti vivono su personaggi che bucano lo schermo, avvolgendo lo spettatore. Impossibile, infatti, non cadere nella rete ipnotica tessuta dalle due ladies: affiatate come poche, Jane Russell e Marilyn Monroe entrano nella storia del cinema dalla porta principale, irresistibilmente ammiccanti e di rosso vestite. Ma è la Monroe ad ergersi luminosa nel vivido technicolor: qui nasce il suo mito che converge su due labbra pronte a schioccare baci ammalianti, come fossero dipinte di “rossetto al cloroformio”.
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giovedì, 12 luglio 2007
Ken Park
Larry Clark/ Edward Lachman
2003

Ho rivisto Ken Park pochi giorni fa, ricordando di quando lo vidi per la prima volta, lo stesso giorno in cui avevo appena percorso i lunghi corridoi silenziosi di Elephant. Mi sono ricordato dell’enorme senso di vuoto che mi lasciarono, in balia di considerazioni spinte da visioni (quelle di Clark e Van Sant) assolutamente scevre da giustificazioni. Imperativo è mostrare; una realtà cinematografica, vero, ma fortemente connaturata nella realtà che sta fuori dall’uscio delle nostre porte. Due lavori sicuramente diversi nella forma, ma legati dall’attenzione verso un’adolescenza alla deriva che trova, nel comportamento deviante, una soluzione alle mancanze, ai dubbi e ai conflitti, interiori e non. Larry Clark, provocatorio fotografo americano, continua il suo coerente percorso artistico iniziato negli anni ’70, quando il suo occhio si posò per la prima volta, desaturato e sporco, sulla gioventù americana perduta tra sesso, droga e violenza. Ken Park, così come Kids (nato come servizio fotografico e diventato in un secondo momento sceneggiatura e film) è il frutto di una raccolta di ritagli di giornali e diari, recuperati dallo stesso Clark che ha vissuto per tre anni con gli skaters di Visalia per carpirne lo spirito e interpretarne il mondo in cui si muovevano: un mondo che parte dalla famiglia, ormai malata cronica nel suo essere disimpegnata. Ken Park è il protagonista che apre e chiude il film, lo fa sparandosi un colpo in testa, diventandone il simbolo annichilito che introduce le storie di Shawn, Claude, Tate e Peaches, suoi amici. Clark (qui in coppia con Edward Lachman) mostra senza filtri e censure il sesso che finisce col diventare l’unico mezzo di comunicazione tra i protagonisti, alternando situazioni familiari che sono un riassunto c(l)inico di una certa cultura americana: madri drogate di televisione e madri sintetiche mancate miss, in cerca di conferme dai compagni di scuola delle proprie figlie più giovani e più belle, padri affetti da machismo che non esitano a dare del frocio al primogenito che non ha interesse per lo sport, integralisti religiosi che affrontano lutti diventando oppressivi. Quando il tutto sembra diventare palcoscenico per un alternarsi di provocazioni fini a se stesse, si realizza che è la solitudine a tenere le file, sono le frustrazioni per il non potersi esprimere e il rifugiarsi, i figli come i genitori, in effimeri mondi consolatori. Manca in Ken Park quella coesione e forza che hanno fatto di film come Happiness di Solondz dei capolavori di genere: un lavoro di sceneggiatura più mirato avrebbe giovato, così come una scelta di forma più decisa, (qui a metà strada tra fiction e piglio documentaristico), ma nonostante questo colpisce allo stomaco. Lo si ama o lo si odia profondamente, difficile comunque rimanere indifferenti e, in abulici tempi in cui non ci si scompone più per nulla, una sana reazione che sia di feroce critica o di lode sperticata, non è roba da poco. Larry Clark vince in entrambi i casi.

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lunedì, 09 luglio 2007
Buffalo soldiers
Gregor Jordan
2001

L’idea di fondo che muove Buffalo Soldiers è piuttosto interessante ed è lo stesso Ray Elwood, protagonista della storia, a palesarne gli intenti citando Nietzsche: Quando c’è la pace, l’uomo di guerra attacca se stesso. Viene da sé che presso una base americana in territorio tedesco all’alba del crollo del muro di Berlino, per una generazione cresciuta a pane e Vietnam che si ritrova a non fare nulla, se non inutili esercitazioni pompate da retorici valori e ideali urlati nelle orecchie, non rimane che dilettarsi in produzione e spaccio di droga, smercio clandestino di armi e faide interne. Quando il nemico non c’è, lo si cerca all’interno del proprio gruppo e l’uomo si rivela in tutte le bassezze che può arrivare a compiere. Nonostante gli ottimi presupposti, quello che sulla carta poteva essere il M.A.S.H. per le nuove generazioni, dato il suo spirito goliardico e dissacratorio, affoga inesorabilmente in soluzioni ben gestite ma prevedibili, ed è un vero peccato assistere al solito gioco delle parti in cui l’antieroe che diventa eroe, scontrandosi col perfido ufficiale dal conflitto edipico irrisolto, ha il tempo per sedurre la figlia di lui per mero interesse, salvo poi innamorarsene; dispiace ancora di più quando, a questo si alternano sequenze comunque esilaranti e ciniche che qualche colpo basso lo sferrano, eccome. Gregor Jordan filma quindi un lavoro che, dimenticandosi dell’alto messaggio da cui parte, rimane tutto sommato godibile e ha dalla sua l’ennesima prova marginale e perfetta di Ed Harris, oltre ad un convincente Joaquin Phoenix (Ray Elwood), con un personaggio ambiguo e dal ghigno beffardo perennemente caricato a salve in viso.
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sabato, 07 luglio 2007
Thank you for smoking
Jason Reitman
2006

In un film costruito sul potere della persuasione, sorprende che la vera sfida (vinta) sia quella di giocare con la moralità; laddove infatti, un’alta coscienza morale viene considerata come elemento cardine di ogni persona su cui contare, Nick Naylor (Aaron Eckhart) conia il termine moralità flessibile per “giustificare” il proprio cinismo. Il suo è un lavoro sporco, veste i panni del perfetto avvocato del diavolo che ha, nella sua debordante fluenza verbale, un’impietosa e vincente arma di distruzione: Non è importante dimostrare di avere ragione, ma dimostrare che gli altri hanno torto. Facendo di questo motto il proprio credo, Naylor limita i danni dell’industria del tabacco, diventandone portavoce e assumendone le responsabilità. Diretto in modo fermo e deciso dall'esordiente Jason Reitman, Thank You For Smoking, gioca da subito le sue carte e, nei primi minuti, sferra il primo colpo mettendo in scena l’ipocrisia che ruota attorno al tabagismo con Naylor unico imputato nell’aula del talk show, un quindicenne malato di cancro (strumentalizzato) e l’accusa di indurre a comportamenti che flirtano con la morte. La sua risposta è fulminante quanto veritiera: La morte ci toglie clienti. Noi vogliamo il cliente vivo e fumatore; impossibile replicare. Reitman continua su questa linea, infarcendo la sceneggiatura di dialoghi al vetriolo doppati con provocatorio humor nero, confezionando una storia che lungi dall’essere propagandistica è prima di tutto il racconto di un uomo che riveste una posizione scomoda: ne consegue per lo spettatore una riflessione che arriva inevitabile mentre si sghignazza, ma non assoggettata a soluzioni che imboccano facili conclusioni. Nonostante un brillante e nutrito cast, è Aaron Eckhart a bucare lo schermo, irrompendo sulla scena logorroico e carismatico come pochi, a supporto di un’opera acuta e veloce come una scheggia, che non si perde in inutili situazioni riempitive, talmente appagante che dopo si deve per forza fumare una sigaretta.

postato da: Iggy alle ore 13:04 | Permalink | commenti (16)
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