[ 10 FILM AL FRONTE ] *



4. Mash
5. Jarhead
6. Il cacciatore
7. No man's land
8. La sottile linea rossa
9. Platoon
10. Tigerland



4. Mash
5. Jarhead
6. Il cacciatore
7. No man's land
8. La sottile linea rossa
9. Platoon
10. Tigerland
Francis Ford Coppola/ Stanley Kubrick/ Brian De Palma/ Robert Altman/ Sam Mendes/ Michael Cimino/ Danis Tanovic/ Terrence Malick/ Oliver Stone/ Joel Schumacher
* "Qui vige l'uguaglianza, non conta un cazzo nessuno!"
* "Qui vige l'uguaglianza, non conta un cazzo nessuno!"






Povera Meg Ryan; chissà se oggi accetterebbe questo “Da Morire”, rifiutato ai tempi in cui era la fidanzatina d’America e rimbalzava da una brutta commedia ad una commedia mediocre. Chissà quanto pagherebbe per tornare indietro e recitare in un film che avrebbe potuto dare una svolta alla sua carriera senza obbligarla a gonfiarsi la faccia come Sandra Milo e finire lasciva in improbabili thriller, chissà. Per fortuna Gus Van Sant ripiegò sull'allora quasi sconosciuta Nicole Kidman che, salita su tacchi vertiginosi, vestita di improbabili tailleur color pastello e prodiga di sorriso smaltato, diede vita ad un’adorabile stronza, cinica e arrivista disposta a tutto per diventare una star televisiva: Suzanne Stone, un bignami del marcio della società dei consumi, abile manipolatrice sorniona che usa le persone come carta igienica per ottenere ciò che vuole. Un personaggio memorabile che le fece portare a casa il suo primo golden globe come miglior attrice protagonista. Di suo, il regista americano, si cimentò per la prima volta con il genere popolare della commedia, costruendo un apologo sul successo (con annessa disfatta) infarcendolo di situazioni grottesche, solido e brillante come una commedia di Billy Wilder. Un gioiellino pop, colorato nella forma, ma nero nei contenuti che è satira feroce contro il mito tutto americano dell’essere vincenti ad ogni costo, messaggio di cui spesso la tv si fa carico attuando un subdolo lavaggio del cervello. Potere della tv che permette alla Stone di uscire indenne dalle situazioni che architetta per concretizzare le sue aspirazioni, salvo poi rimanerne vittima, in una fulminea resa dei conti che sa di contrappasso, le cui redini sono tenute da un placido e ambiguo produttore televisivo che ha il volto (cult) di David Cronenberg.
Incuriosisce sin dalle prime battute questo Happiness, introdotto dalle schermate tipiche della commedia slapstick e il dialogo di una coppia che si separa al ristorante, dove lui congeda lei definendola senza mezzi termini “una merda a cui augurare tutto il peggio nella vita”; basta poco per capire che i rimanenti personaggi del film di Solondz (premio della critica a Cannes ’98) non si allontaneranno poi molto dai toni di questa scena madre. Se dovessi definirlo in due parole, parlerei di inferno dantesco, animato da corpi come custodie vuote che si avvicinano e respingono, da cartoline incollate al muro con lo sperma, donne obese nella forma e anoressiche nelle relazioni interpersonali, irreprensibili padri di famiglia che covano pulsioni pedofiliche e scrittrici che sognano la violenza per infarcire i propri libri di pathos emotivo. Le tre figure femminili attorno alle quali si muove Happiness, sono il pretesto per costruire un racconto fatto di situazioni al limite e disperate che raccontano, con una freddezza spietata, tutto il marcio che alberga dietro il perbenismo medio-borghese americano (in questo è capostipite di tematiche riprese da film come “American Beauty”). Ma se altrove un barlume di speranza alleggeriva la visione, qui l’occhio cinico di Solondz non ammette sconti e ci si ritrova immersi nelle miserie dell’uomo, sghignazzando per le numerose situazioni grottesche, salvo poi indietreggiare inorriditi quando i toni si fanno ancora più forti. Risulterebbe facile tacciare Happiness di strizzare l’occhio alla provocazione gratuita (e devo ammettere di averlo pensato nel sentire alcuni dialoghi), ma in definitiva è un film che ha una sua coerenza narrativa e che nel suo incedere nero spinge inevitabilmente a decidere da quale parte stare senza ma e senza se, fino a cadere nella trappola della vera provocazione, ovvero realizzare miseramente che il mondo reale (spesso) è peggio di quello che Solondz rappresenta.
Ombra e luce. La pelle bianca di una caviglia che si staglia nell’oscurità, adornata da una provocante cavigliera: è l’entrata in scena di Phillis Dietrickson (Barbara Stanwyck), moglie annoiata che tesse la sua ragnatela attorno all’amante (nonché assicuratore di famiglia) Walter Neff (Fred MacMurray) il quale, annientato dalla provocante donna, si lascia trasportare nel machiavellico piano per uccidere il marito di lei ed incassare la cospicua assicurazione. Billy Wilder declina il suo cinema al noir dando vita ad uno dei manifesti più rappresentativi del genere, fatto di tinte fosche che strizzano l’occhio all’espressionismo tedesco, di interni claustrofobici che si avviluppano attorno a personaggi scomodi, introdotti da voci fuori campo e coltivati in flashback che, a ritmo serrato, delineano storie torbide che hanno il retrogusto del piombo. La Fiamma del Peccato è una pistola puntata alla tempia: Walter Neff apre il film e confessa, ammettendo il suo crimine all’amico investigatore Barton Keyes (Edward G. Robinson) e allo spettatore, a cui non rimarrà altro che lasciarsi trascinare nei ricordi per ricomporre il puzzle. L’occhio di Wilder stringe sulla coppia di amanti, sulla loro relazione tesa i cui giochi sono nelle mani della torbida femme fatale Phillis, a cui si contrappongono sullo sfondo le figure delle vittime: memorabile la sequenza in cui Keyes comunica a Neff gli sviluppi delle indagini mentre Phillis, nascosta dietro la porta, la si può sentire respirare col cuore in gola e, allo stesso tempo, vedere il sudore sulla fronte di Neff. Ed è questa la forza del film, con una storia che acquista vita propria, con personaggi pronti a spingerti nel baratro delle loro dinamiche ancora prima che ci si possa accorgere di esserci dentro fino al collo: questo fino al drammatico epilogo, ora accennato, ora palesato in pistole che fumano ancora e cadaveri che giacciono sul pavimento, tra il chiarore della luce lunare e l'oscurità che cela qualcuno pronto a colpirti.