venerdì, 27 aprile 2007
La sicurezza degli oggetti
Rose Troche
2001

Figlio legittimo di "American Beauty", il terzo lungometraggio della fu promettente Rose Troche, ora affermata regista televisiva (Six Feet Under), è occhio clinico sulla famiglia medioborghese americana, il cui cuore batte all’interno di villette a schiera omologate e dal giardino perfetto. L’eco del film di Sam Mendes si fa pericolosamente sentire in più sequenze ma la Troche, facendo suo un’impianto narrativo già rodato in parecchi film di ultima generazione (Magnolia su tutti), articola abilmente le esistenze di quattro famiglie, le quali si intrecciano e sovrappongono salvo poi convergere a pochi minuti dal suggestivo epilogo. E sono foto scattate ad una generazione di “falliti” i cui vuoti relazionali ed esistenziali, gli amori, i conflitti, le speranze che non trovano espressione si riflettono, in modo sofferto quanto bizzarro, in illusorie relazioni con gli oggetti: una madre che tiene in vita il ricordo di un figlio in coma, con una chitarra che diventa reliquia; vecchi mobili usati come pretesto per tenere legati a se il proprio partner o la vincita di una macchina come ultima spiaggia per ricostruire un rapporto madre/figlia. Rose Troche mostra senza chiosare quanto si possa perdere di vista l’essenza della vita, se stessi e di conseguenza il rapporto con gli altri e lo fa attraverso personaggi dallo spirito intorpidito che lentamente aprono gli occhi sul mondo, fino alla simbolica sequenza finale in cui ognuno si libererà dei propri limiti. A dar loro voce un cast che si muove discreto, entrandoti sotto la pelle nel giro di pochi minuti in spiccano due pezzi da novanta, Glenn Close e Patricia Clarkson, struggenti nel delineare due donne, due madri, unite nell’amore verso i propri figli, ma diversamente reattive.
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domenica, 15 aprile 2007
The Queen
Stephen Frears
2006

Arrivo alla visione di The Queen con clamoroso ritardo, dopo fiumi di parole spese e i numerosi riconoscimenti piovuti sul lavoro di Stephen Frears, (ma soprattutto della Mirren, con i suoi 28 premi stretti tra le mani) ultimo in ordine di tempo, quello ricevuto durante la notte degli oscar. In effetti (e questo per mettere subito le cose in chiaro) l’interpretazione di Hellen Mirren ha quel qualcosa di trascendentale che la rende unica, un’osmosi perfetta con la vera Elisabetta II, vincente nel rendere credibile la figura della donna più imitata a sbeffeggiata degli ultimi anni, senza per questo risultare caricaturale. Frears di suo, la guida nella costruzione di un personaggio diviso tra pubblico e privato, dove il privato è frutto della sua personalissima interpretazione. The Queen si muove infatti tra le mura di Buckingham Palace nei giorni della morte di Lady Diana e, per un’intera nazione che elabora un lutto pubblicamente, c’è chi lo fa a suo modo e privatamente, combattuta tra il protocollo e il libero arbitrio. Il limite di un film come questo, seppure ben gestito nella sua confezione semidocumentaristica e nella direzione attoriale, riverbera proprio nelle sue intenzioni che non vanno oltre il di-mostrare che “batte un cuore sotto l’etichetta”. Rimane da chiarire quanto si possa essere interessati a questo aspetto e il fatto che il film piaccia è direttamente proporzionale a tale interesse; in caso contrario tutta la noia formale di cui è intrisa la residenza reale si impossesserà di voi.
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mercoledì, 11 aprile 2007
Giorni perduti
Billy Wilder
1946

Nel 1945 quando Billy Wilder mostrò ad una anteprima il film The Lost Weekend (Giorni Perduti) le reazioni furono tutte negative, tanto da costringere i vertici a “congelare” il film, con sollievo delle multinazionali delle bevande alcoliche. Per nostra fortuna, dopo quasi un anno, il film uscì e fu un successo di pubblico e di critica: incassi stratosferici al botteghino, 4 Premi Oscar (3 allo stesso Wilder come produttore, sceneggiatore e regista più un quarto a Ray Milland), Premio della Giuria a Cannes e migliore interpretazione a Milland, Golden Globe miglior regista e la consapevolezza di aver di fronte un film ancora insuperabile in fatto di realismo, crudezza e potenza visiva nel rappresentare il problema dell’alcolismo. Ray Milland è Dan Miller, apprendista scrittore a cui sono stati rifiutati quattro romanzi; smette di scrivere e incomincia a bere, diventando così un alcolista senza speranze. Nonostante i tentativi del fratello Wick (Philip Terry) e della fidanzata Helen (Jane Wyman) per far desistere il disperato a lasciar perdere per sempre il vizio, Dan trascorre le sue giornate con un unico pensiero fisso: trovare a tutti i costi i soldi necessari per comprare un'altra bottiglia di whisky (a differenza del film, nel libro omonimo di Charles R. Jackson, Miller inizia a bere perché non accetta la sua omosessualità; ma visto i tempi Wilder decise che raccontare un film lungo questi due binari era impossibile). Per la prima volta Hollywood decide di portare sullo schermo quello che era a tutti gli effetti la piaga maggiore della società, soprattutto dopo la Depressione e lo fa con un realismo così crudo, così vero da sconvolgere ancora oggi: Wilder non si preoccupa tanto di narrare secondo un punto di vista clinico (nonostante la sequenza della clinica sia di una veridicità mozzafiato), ma la sua preoccupazione è quella di raccontare la pusillanimità del protagonista, le sue umiliazioni e le sue debolezze. Aiutato inoltre dalle splendide musiche di Rosza, dalla superba fotografia di John F. Seitz, che usa la profondità di campo in modo vigoroso (spesso nel film Wilder ci racconta la decadenza di Miller attraverso gli oggetti, che vengono spesso ripresi in primo piano e mantenendo Miller solo sullo sfondo) e dalla meravigliosa interpretazione di Ray Milland (si narra che durante le riprese in esterni fu arrestato dalla polizia, talmente era convincente nei panni di un uomo ossessionato dall’alcool), questo film è entrato nella storia del cinema e, proprio come per una bottiglia di whishy, più invecchia più migliora.
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