martedì, 30 maggio 2006
Alias: it's all over!

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categoria:serie tv
domenica, 28 maggio 2006
Cannes 2006:
Palma d'oro a Ken Loach

Ken Loach ha vinto, all'unanimita' come ha sottolineato il presidente della giuria Wong Kar-Wai, la palma d'oro del 59/mo Festival di Cannes con il film The Wind the Shakes the Barley.

Al messicano Inarritu premio per la regia
Alejandro Gonzales Inarritu, per il film Babel, ha vinto il premio per la regia del 59/mo Festival di Cannes.

Premio per la sceneggiatura ad Almodovar
Il premio per la migliore sceneggiatura del 59/mo Festival di Cannes e' andato a Pedro Almodovar per Volver. Con questo premio Volver è dunque l'unico film ad aver ottenuto due riconoscimenti (dopo quello per le attrici).

A Dumont il gran premio della giuria
Il regista Bruno Dumont ha vinto il Gran premio della giuria del 59/mo Festival di Cannes per il film Flandres.

Migliori attrici quelle di Volver
Penelope Cruz, Carmen Maura e le altre interpreti di Volver di Pedro Almodovar hanno vinto il premio per la migliore interpretazione femminile del 59/mo Festival di Cannes. Le altre interpreti di Volver sono Lola Duenas, Bianca Portillo e la giovanissima Yohana Cobo.

I quattro Indigens migliori attori
I quattro protagonisti del film Indigenes (Jamel Debbouzze, Samy Naceri, Sami Bouajila e Roschdy Zem) hanno vinto il premio come migliori attori della 59/ma edizione del Festival di Cannes.

I premi della cinefondazione
Ge & Zeta del regista argentino Gustavo Riet ha vinto il primo premio della Cinefondazione, riconoscimento che vuole premiare la scoperta di nuovi cineasti.

La giuria presieduta da Andrei Konchalovsky, tra i 17 film in corsa, ha poi assegnato il secondo premio a 'Mr. Schwartz, Mr. Hazen & Mr. Horlocker di Stefan Mueller (Germania). Il terzo premio e' infine andato a pari merito a 'Mother' di Sian Heder (Usa) e 'A virus' di Agnes Kocsis (Ungheria).

A Les climats di Ceylan il premio Fipresci
Al film del regista turco Nuri Bilge Ceylan, Le Climats e' andato il premio Fipresci (Federazione Internazionale della Stampa Cinematografica) per la Selezione ufficiale di questa 59ma edizione del Festival di Cannes.

Nella sezione Un Certain Regard il premio e' invece andato a Hamaca Paraguaya di Paz Uncina. Infine, per le selezioni parallele, a vincere e' stato Bug di William Friedkin (presentato nella sezione Quinzaine des Realisateurs).

fonte ansa
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categoria:extra
domenica, 28 maggio 2006
Carmen Consoli
Eva contro Eva
2006

"Il rock oggi? Omologazione. La rivoluzione è tornare alle radici". Parola di Carmen Consoli che dopo anni di chitarre elettriche usate come seconda pelle, ne stacca la spina e le distrugge sulla terra umida della sua Sicilia. "Non è una scelta snob, si cresce e si cambia. Il rock è diventato maniera e oggi ha una valenza differente. La rottura e la trasgressione stanno altrove. PrendeteBocca di rosa di De Andrè: è il pezzo più rock che sia mai stato scritto nella storia della nostra canzone. Così come Creuza de mä è l'album più rock che sia mai uscito in Italia, così coraggioso e orgoglioso delle nostre radici". E' proprio De Andrè il punto di partenza per arrivare ad Eva contro Eva. Carmen si spoglia dei suoni noise che hanno caratterizzato buona parte del suo repertorio, si lascia alle spalle anche viole e violoncelli della parentesichanteuse francaise per approdare ad un suono asciutto ed essenziale ma carico di calore, fatto di chitarre acustiche e strumenti tipici siciliani, facendo sua l'attitudine folk che ha caratterizzato i molti capolavori del già citato De Andrè. Se ai più questo paragone può apparire blasfemo si provi a sentire un pezzo come Maria Catena, un ritratto di donna vittima di maldicenze, una ballata malinconica scandita dal suono del "friscalettu" (il flautino usato dai pastori dell'Etna) dove la potenza evocativa della parola ci permette, chiudendo gli occhi, di immaginare questa donna in balia della cattiveria popolana, così come quando estasiati chiudevamo gli occhi sognando gli innumerevoli personaggi dipinti da De Andrè.Prendendo come ispirazione l'omonimo film di Mankiewizc , la Consoli questa volta ha deciso di parlarci dell'altra metà del cielo e lo fa attraverso dieci canzoni, dieci storie di donne ferite nell'orgoglio, tradite, in balia dei ricordi, dell'addio e della morte (Preghiera in gola) o desiderose di una maternità che non arriva (La dolce attesa), donne piegate dalla vita ma che non si arrendono. E lo fa con testi struggenti, strabordanti di parole che ci raccontanto, attraverso il vissuto di queste "vittime" l'impietosa società moderna. Il risultato è un disco malinconico e tormentato, evocativo (Madre Terra, in duetto con la cantante africana Angelique Kidjo) e spensierato (il ritmo gitano de Il pendio dell'abbandono con Bregovich), un disco che incorpora il sole della Sicilia e che odora di terra e arance. Forse qualcuno rimarrà deluso da questa improvvisa svolta della Consoli, soprattutto la frangia rock dei suoi fans, ma a questo punto non rimane altro che decidere se seguire o meno la "cantantessa" e sporcarsi le mani di terra insieme a lei.

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categoria:ascolti, iggy
martedì, 23 maggio 2006
Volver
Pedro Almodòvar
2006

Deve aver sentito parecchio la mancanza delle sue chicas Almodòvar che, dopo sette anni, la parentesi drammatica di Parla con lei e il noir tutto al maschile de La mala educaciòn, torna ad occuparsi di donne come solo lui riesce a fare, attraverso un manifesto corale di solidarietà femminile e di straodinaria intensità emotiva. Sono proprio le sue donne ad aprire il film in una suggestiva e surreale sequenza ambientata in un cimitero, chine sulle tombe di famiglia per ripulirle dalla terra sollevata da un vento fortissimo che non da tregua; sono le donne popolane de La Mancha, paese natio di Almodòvar. Saranno i loro movimenti ipnotici e quasi ritualistici ad anticipare che il film parlerà di morte, ma lo farà con l'inconfondibile stile almodovariano; tra noir e melò, tra commedia e grottesco, i personaggi di Volver si muovono nel ricordo dei morti, a partire dalla madre di Raimunda (Penelope Cruz) e Sole (Lola Dueñas) che torna dall'aldilà per delle personalissime scuse a sua figlia Raimunda e per chiudere una parentesi dolorosa del suo passato. Utilizzando questo paradosso (con colpo di scena annesso), favorito dalla splendida interpretazione di Carmen Maura, Almodòvar sviluppa ritagli di vita, partendo da ricordi personali e arrivando a raccontare temi universali che riescono a toccare le corde più profonde di ognuno di noi. E lo fa col suo solito piglio carico di passione, riuscendo a mettere la poesia anche nelle scene apparentemente più banali e dirigendo le sue attrici in modo magistrale: lo sguardo curioso e ingenuo di Sole, la presenza forte e rassicurante di Augustina (Blanca Portillo) e il silenzio eloquente di Paola (Yohana Cobo), figlia di Raimunda che assiste allo svolgersi degli eventi e agli sforzi della madre di garantirle una vita migliore. Proprio questo aspetto avvicina il personaggio della Cruz alle donne "ricordate" da Almodòvar per crearlo (non a caso nel film è presente una citazione dellaBellissima di Visconti) Raimunda è la summa di tutto un cinema italiano anni '50, a metà strada tra la Magnani e la Loren, tutta curve e passione, lacrime e vitalità, scollature prorompenti, capelli ribelli e occhi truccati di nero; e la Cruz veste bene i panni di queste donne, dando vita alla migliore interpretazione della sua carriera. I suoi occhi perennemente colmi di lacrime che non sgorgano mai, sono quanto di più bello si sia visto al cinema negli ultimi anni, così come la scena in cui canta Volver, ricordando la madre defunta, raggiungendo un apice di intensità talmente forte da farci dimenticare di essere spettatori di un film. Uno spettacolo. Lo stesso di cui parla Almodovar, quando spiega Volver: "Sono stati i miei ricordi personalissimi ad ispirarmi questo film, i primi otto anni della mia vita che ho vissuto a La Mancha, dove il cortile diventava il mio mondo, tutto al femminile, che mi permetteva di vedere la vita dal vivo. Guardavo la vita di mia madre, delle mie sorelle. Era un grande spettacolo"
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categoria:recensioni, iggy
giovedì, 18 maggio 2006
La bestia nel cuore
Cristina Comencini
2005

Alla Mostra del cinema di Venezia 2005 La bestia nel Cuore, di Cristina Comencini (figlia del già noto cineasta Luigi, con cui ha collaborato a lungo nei panni di sceneggiatore), era il secondo film italiano ad appellarsi alla critica. Ha strappato applausi e commozione, e c'era da aspettarselo, vista l'attualità e la drammaticità del tema, delicato e coraggiosamente disturbante. Tratto dall'omonimo romanzo della stessa regista, il film ci racconta di Sabina (una splendida Giovanna Mezzogiorno), doppiatrice di telefilm, bella e felicemente innamorata di Franco (Alessio Boni), attore di teatro. La loro convivenza è serena, minacciata appena dalle esigenze economiche, che portano Franco a vestire i panni di attore in un discutibile telefilm. L'equilibrio di Sabina è però minacciato dai suoi incubi, cominciati in concomitanza con la sua gravidanza, che riportano alla luce sfumature dei ricordi della sua infanzia. In questa condizione, riconosce in suo fratello Daniele (un Luigi Lo Cascio non in ottima forma) l'unica persona in grado di poterla aiutare a ricordare. La verità che emergerà dal loro incontro si rivelerà per Sabina a tratti insormontabile, ma la renderà più forte e preparata ai "chiaroscuri della normalità". La Comencini dimostra una discreta maturità artistica, ma non sempre capace di dirigere gli attori in modo convincente in certe scene, che avrebbero richiesto una maggiore carica emotiva dagli interpreti protagonisti. Questo porta a riconoscere una drammaticità spezzata, non adeguatamente preparata nel corso del film, e che prende il posto che merita, con forza e vigore, solo verso la fine. L'equilibrio tra ironia e passione dei personaggi non protagonisti è invece perfettamente riuscita: le interpretazioni di Angela Finocchiaro (Maria), Stefania Rocca (Emilia) e Giuseppe Battiston (il Regista Negri) sono curate, eleganti e convincenti. Buono anche il taglio registico e la scelta degli ambienti, con dialoghi quasi sempre all'altezza. Discreta quanto caratteristica (tipica del cinema italiano "impegnato") è la fotografia, senza eccessi ma di classe, nelle contrapposizioni di luci, ombre e colori. Non all'altezza è forse la colonna sonora, poco ricercata e sterile, che passa quasi "inascoltata". Film ben oltre la sufficienza, macchiato forse da una sottile incoerenza nella scelta di un tema forse eccessivamente scabroso, che appare oscurare il coraggio di averlo proposto.

recensione scritta da tagtgren

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martedì, 16 maggio 2006


"Beh, la mia conclusione è che l'odio è una palla al piede; la vita è troppo breve per viverla pieni di rabbia"
Danny Vinyard
American History X

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categoria:fermo immagine
venerdì, 12 maggio 2006
Ingannevole è il cuore più di ogni cosa
Asia Argento
2004

Che la si ami o la si odi una cosa è certa: Asia Argento è uno dei personaggi più discussi e coraggiosi del nuovo cinema italiano, l'unica che probabilmente poteva permettersi di dare vita ad una bomba ad orologeria comeIngannevole è il cuore più di ogni cosa, libro cult e fortemente autobiografico dello scrittore americano Jt Leroy. Più volte definito come una sorta di Alice nel paese delle meraviglie in acido, il racconto di Leroy parla di Jeremiah, bambino di 4 anni, dato in affidamento appena nato dopo che Sarah, madre ancora adolescente viene costretta a disfarsene dai genitori bigotti e di una religiosità particolarmente integralista. Il film, così come il libro si apre conSarah che torna a riprenderselo, lo rivendica ed è subito chiaro che quel passaggio è più che altro un tassello necessario per illudersi di poter mettere finalmente ordine nella propria vita. Di lei Asia Argento ha detto: Sarah è una bambina alla quale la società non ha dato la possibilità di diventare una buona madre. fa del suo meglio in un mondo disperatamente crudele, quindi finisce di fare del suo peggio. Per interpretare un personaggio così negativo, dovevo capirla e perdonarla, almeno dentro di me. Il perdono concesso a questa madre borderline è piuttosto evidente, l'immedesimazione talmente forte da lasciare senza parole e, laddove nel libro diLeroy, Sarah era una figura quasi immaginata, grazie ad Asia diventa carne, ossa, lividi e trucco sfatto, un corpo nervoso che inevitabilmente quando si muove va a sbattere contro le cose.Jeremiah v iene trascinato nel suo mondo, un mondo fatto di droghe, di partner cambiati come fossero vestiti, di prostituzione, di camionisti, di stazioni di servizio in cui si incontrano solitudini. Tutto questo viene visto e raccontato attraverso i suoi occhi ed è doloroso scontrarsi con il degrado a cui deve assistere, ma è ancora più doloroso riscontrare che alla fine questo degrado viene accettato perchè in fondo appartiene all'unico mondo che conosce e, quello dato daSarah è l'unica forma di amore concessa. Convince la Argento alla sua seconda regia; un film che deve molto, stilisticamente parlando, al cinema indipendente americano (Gas Van Sunt su tutti), un film che riesce a destreggiarsi con disperata delicatezza in un argomento non proprio facile. Ammirevole il modo in cui ha edulcorato i passaggi più scabrosi del libro con alcune trovate visive, riuscendo a rispettarne lo spirito senza cadere nella provocazione gratuita che un'immagine violenta può dare. Qualcuno potrebbe sostenere che il libro è tutt'altra cosa, ma questo film lo completa, ne toglie il lirismo e ci restituisce il dolore puro e crudo e, sulla sua onestà bastino le parole diLeroy in merito: Se avessi avuto nella mia testa una telecamera, voi avreste visto queste immagini.
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categoria:recensioni, iggy
giovedì, 11 maggio 2006
Anche libero va bene
Kim Rossi Stuart
2006

La famiglia continua a essere uno degli argomenti più comuni e frequenti del cinema italiano degli ultimi anni e anche Kim Rossi Stuart, qui all'esordio come regista, decide di raccontare la storia di una famiglia alla deriva, tra abbandoni, litigi e qualche timido spiraglio di rinascita. Il suo però è un punto di vista nuovo che emerge all'interno del panorama cinematografico italiano, primo perchè l'approccio è prettamente maschile e per una volta a tradire non è l'uomo, ma la donna e in secondo luogo perchè viene delineata una realtà familiare monogenitoriale sempre più presente nel nostro contesto sociale. Il genitore abbandonato e con due figli a carico è Renato (Kim Rossi Stuart) vicino ai 40, uomo forte e orgoglioso, professione cameraman free-lance. Da quando la moglie lo ha lasciato, si occupa di tutto cercando di mantenere in equilibrio quel piccolo nucleo familiare, forse caricando di troppa responsabilità i suoi bambini che lo aiutano, nel limite del possibile, a portare avanti la casa, sviluppando un'indipendenza che forse a quell'età non si dovrebbe avere. Renato dà loro tutto l'affetto di cui hanno bisogno, è amorevole e complice, ma alterna questi momenti con altri in cui, sopraffatto dalle mille difficoltà che non riesce a gestire, diventa feroce e verbalmente molto tagliente. Stefania, la madre fedifraga (Barbara Bobulova) è una donna fragile, infantile, poco propensa a responsabilizzarsi verso la propria famiglia. Il suo è un amore superficiale, entra ed esce dalla vita domestica senza neppure accorgersi dei danni che causa, illusa che dispensare amore una tantum possa servire comunque a qualcosa. Viola è la sorella maggiore, poco più che adolescente, ingenua e disposta a perdonare la madre ogni volta che questa torna nella loro vita, forse per la voglia di avere finalmente una famiglia felice. Tommy (un'eccezionale Alessandro Morace) ha 11 anni ed è lui che ci guida all'interno di questa storia, sono suoi gli occhi attraverso i quali assistiamo al disfacimento di questa famiglia, gli stessi occhi che guardano con diffidenza quella madre sfuggente e con amore, un padre umorale che ama profondamente e al quale è molto legato. La sua è una storia di infanzia negata, di sogni infranti, di esuberanza non espressa, colpa di un confronto troppo precoce con le responsabilità, le emozioni, le frustrazioni e le paure degli adulti. Kim Rossi Stuart riesce nell'intento di dare al suo film una tessitura molto realistica; si potrebbe addirittura azzardare un paragone con alcune opere neorealiste, ed è un piacere non trovarvi al suo interno soluzioni da fiction, tanto care al nuovo cinema italiano.Anche libero va bene è un film onesto che regala bellissime e talvolta dolorose istantanee di vita vissuta, un occhio attento che si posa sulle relazioni, cogliendone i particolari (molto toccanti certe sfumature del rapporto padre/figlio) che ci parla di una famiglia disfunzionale senza nessun tipo di retorica, dove non esistono buoni o cattivi, ma solo esseri umani, fragili e con i loro limiti che forse commettono troppi errori causando dolore, ma che in fondo tentano solo di amare disperatamente.
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mercoledì, 10 maggio 2006
Le conseguenze dell'amore
Paolo Sorrentino
2004

Nonostante la sconfortata espressione il cinema italiano è in crisi sia divenuta un refrain buono per tutte le stagioni, degli ultimi trent'anni (perché ci si ostina a far riferimento ad un' Età dell'Oro irripetibile come il periodo a cavallo tra fine anni Quaranta e inizi anni Sessanta), ci sembra, obiettando, di poter dire che qualcosa si muove: infatti alcune pellicole ci inducono non solo a sperare che la nostra industria cinematografica sia tutt'altro che agonizzante, ma che anzi manifesti fermenti vitali di tutto rispetto. Una di queste è "Le conseguenze dell'amore" del trentacinquenne regista napoletano Paolo Sorrentino, qui al suo secondo lungometraggio. Presentato all'ultima edizione del Festival del cinema di Cannes, era l'unico film italiano sulla croisette, ed ha goduto di giudizi lusinghieri, confermati anche dalla presenza alla selezione proposta da "Una notte in Italia", il Festival del cinema di Tavolara, rassegna nata in sordina ma che dopo quindici anni comincia ad avere un suo posto. Il film, costruito con ritmo serrato, colonna sonora perfetta e scelte visive intelligenti ed azzeccate, racconta di un cinquantenne del Sud, Titta di Girolamo, e della sua incredibile quotidianità, attraverso un lungo monologo interiore che non cede mai ad alcun moto di patetismo, e che non abbandona mai quella severa eleganza distaccata dal mondo che rappresenta la cifra stilistica del personaggio. Di Girolamo vive infatti da otto anni in una tranquilla cittadina svizzera, senza parenti o amici. Ogni mese paga regolarmente l'albergo più che dignitoso che lo ospita, veste sempre con un certo gusto e utilizza delle fuoriserie per i suoi rari spostamenti. La sua è una solitudine quasi monastica (che all'inizio non si comprende quanto voluta o subita), in cui non vi è spazio per niente e nessuno, al di fuori di un'unica, grande trasgressione, che egli riesce a mantenere su binari controllabili: da moltissimi anni, infatti, le dieci del mattino di mercoledì rappresentano il suo momento di evasione, un giorno da eroinomane part-time destinato a non lasciare tracce, grazie alla complessa e costosa operazione di ripulitura del sangue a cui annualmente si sottopone. Tutto questo senza avere, in apparenza, niente che somigli ad un lavoro. In realtà un'occupazione, che è riduttivo definire particolare, ce l'ha, ed è l'origine della sua solitudine. Il suo appiattimento nell'abitudine vanifica lo scorrere del tempo, anzi; con gli anni che si susseguono tutti uguali la sua immobilità si ingrandisce e si consolida, come una corazza che nel contempo lo protegge e lo imprigiona, rendendo impossibile a chiunque di entrare. Perché di Girolamo una famiglia ce l'ha avuta, ma vive lontana e si disinteressa completamente di lui: solo il fratello (Adriano Giannini) cerca di sfondare quella barriera, ma è come se nonostante l'affetto, non riesca a trovare il giusto linguaggio, il codice personalissimo con cui Titta sarebbe in grado di comunicare. L'ostinazione di una bella cameriera (Olivia Magnani) riuscirà a forzare le sue resistenze, rigenerando in lui una speranza di cui aveva perso il ricordo che gli permetterà quelle reazioni indispensabili per farlo sentire vivo ancora una volta, ma che saranno la causa del precipitare degli eventi. Il volto e la voce di questo personaggio triste ed austero, perennemente insonne e quindi infelice (per dirla con Cèline), sono stati affidati senza alcun indugio a Toni Servillo, uno dei migliori attori della sua generazione (che ha qui una straordinaria e inquietante somiglianza con Cesare Romiti!). Le rivelazioni, che spiegano l'incomprensibile modus vivendi del protagonista, stillano, sapientemente centellinate, dal suo lungo, bellissimo soliloquio. Pare che il regista (che è anche sceneggiatore) abbia impiegato non più di una settimana per scriverlo: il risultato è un piccolo capolavoro. Da vedere.

recensione scritta da rita
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categoria:recensioni
lunedì, 08 maggio 2006
Juliette & The Licks
You're speaking my language
2005

Un indizio di quello che Juliette Lewis sarebbe diventata lo si poteva cogliere in Strange Days, film datato '95, dove bellissima e sfatta, cantava "Hardly Wait" di Pj Harvey. Questo disco è in piena linea con quel personaggio borderline e dannatamente rock'n'roll interpretato in passato e che ora, a dieci anni di distanza, si affaccia sulla scena musicale trasformato in una novella Iggy Pop con la vagina! Non a caso, nelle interviste rilasciate per il lancio del disco, la Lewis cita l'Iguana come suo ispiratore. Se, come impatto live, questa similitudine è parecchio azzeccata (i due hanno lo stesso modo viscerale di stare sul palco), musicalmente sono molto distanti. Qualcuno, forse, potrebbe obiettare che ci sia ben poco di originale in questo album, eppure è tutto lì il suo punto di forza; piacerà sicuramente agli amanti della musica sanguigna e dall'impatto immediato. La voce della Lewis poi, non può lasciare indifferenti, aggressiva e rauca, ricorda le migliori prove di Pj Harvey e Patti Smith: "American Boy vol. 2" su tutte è un duetto virtuale tra la Smith e i Chemical Brothers! Tutte da segnalare le altre 11 canzoni, dove tra furore punk/rock: "Money in my Pocket" "So Amazing" e ballatone mid tempo: "This i Know", "Long Road out of Here" la Lewis riesce ad essere sempre convincente. Cos'è dunque You're speaking my language? Il vezzo di un'attrice o qualcosa di serio? Fortunatamente viaggiamo sul secondo binario!
postato da: Iggy alle ore 10:40 | Permalink | commenti
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