sabato, 15 aprile 2006
[ CARNIVALE ]



"Prima dell'inizio, dopo la grande guerra del Cielo contro l'Inferno, Dio creò la terra e ne concesse la sovranità a quella scaltra scimmia che chiamò uomo, e per ogni generazione nacque una creatura della luce e una creatura della notte, ed eserciti sterminati lottavano e perivano in nome dell'antica guerra tra il bene e il male. Un'epoca incantata, l'epoca dei grandi, un'epoca di eccezionale crudeltà, un'epoca eterna, fino al giorno in cui un falso sole esplose sulla Trinità, e il prodigio abbandonò l'uomo lasciandolo in balia... della Ragione."

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categoria:serie tv
lunedì, 10 aprile 2006
Viale del tramonto
Billy Wilder
1950

Hollywood guarda impietosamente se stessa attraverso lo sguardo disincantato di Billy Wilder, che grazie a uno straordinario ensemble di stelle ci regala un’opera amara e indimenticabile



Il corpo di un uomo galleggia, faccia sotto, in una piscina. E' l'alba e le auto della polizia e dei giornalisti raggiungono il luogo del delitto. Fuori campo, la voce del morto, Joe Gillis, afferma di voler raccontare la verità, prima che i giornali la distorcano. Lo rivediamo vivo, sceneggiatore senza fortuna con il volto di William Golden. Il garage di una casa sontuosa che dall’esterno appare abbandonata al suo lento disfacimento sembra al giovane Joe il luogo ideale dove nascondere l’auto che non ha mai finito di pagare e che stanno per requisirgli. Ma ecco, come un fantasma di un passato festoso, apparire un maggiordomo ad annunciare che madame lo attende. C’è stato uno sbaglio: la signora in nero aspetta l’uomo che dovrà occuparsi delle esequie della sua scimmia. Joe la riconosce:Norma Desmond, la famosa attrice del muto. Eravate grande. La risposta apre uno squarcio doloroso che lentamente lo inghiottirà: Io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo . Ma Joe crede di poter sfruttare il sogno di Norma di riconquistare un mondo che, dopo l’avvento del sonoro, l’ha abbandonata. Accetta di lavorare per lei, di correggere il suo delirante manoscritto che dovrebbe riportarla sullo schermo come Salomè. Ma soprattutto si lascia amare, mantenere, da questa cinquantenne che vive nel passato, venerando la propria leggenda e che chiede a lui l’illusione di sentirsi desiderata. E i soffocanti velluti rossi del polveroso salone art-nouveau, dove Norma non si stanca mai di far proiettare i propri film, sono evocati dal bianco e nero della fotografia, come l’odore di fiori appassiti delle lenzuola sulle quali la diva giace con i polsi fasciati dopo l’ennesimo tentativo di suicidio. Raccontando questo gioco mortale, Billy Wilder realizza il più perfetto esempio di cinema nel cinema, sia che ambienti una scena negli studi Paramount, su un set di Cecil B. De Mille, sia quando, fra i poveri manichini di cera che si riuniscono per giocare a bridge con Norma, trova spazio per il pallore di un altro sopravvissuto, Buster Keaton.



I segreti del film

Mae West non volle interpretare Norma Desmond. E neanche Mary Pickford. Wilder stava per scritturare Paula Negri, quando George Cukor suggerì Gloria Swanson. Wilder intuì il potenziale apporto della ex diva del muto e la sottile perversità di utilizzare Erich Von Stroheim, che l’aveva diretta nell’incompiutoQueen Kelly, per interpretare il suo ex regista e marito, ridotto per amore a farle da servitore e autista. E sono proprio di Queen Kelly le immagini che Norma si fa proiettare nel suo salotto. Ma l’ex regista non sapeva guidare e per le scene in cui è al volante dell’Isotta Fraschini fu necessario trainare l’auto con un cavo.

Montgomery Clift rinunciò al film tre giorni prima dell’inizio delle riprese, temendo che rispecchiasse la sua vita. Clift aveva una chiacchierata storia con una donna più anziana, Libby Holman, un’ex cantante che era stata accusata di aver provocato il suicidio del giovane e ricchissimo marito. William Holden, che era sotto contratto con la Paramount, fu convocato nel giro di poche ore per sostituire Clift.

Originariamente il film si apriva con una sequenza all’obitorio in cui alcuni cadaveri coperti da lenzuoli si raccontavano l’un l’altro le circostanze della propria morte. L’ultimo era Holden e dalla sua rievocazione passava al ritrovamento del suo corpo in piscina e al flash-back che costituisce il film. Ma il pubblico delle anteprime scoppiò a ridere assistendo a questo inizio inusuale e Wilder decise di tagliarlo. Viale del tramonto comincia comunque con la voce fuori campo del protagonista che dichiara di essere morto, espediente narrativo riutilizzato recentemente perAmerican Beauty.

Il film ebbe 11 nomination e vinse 3 oscar: sceneggiatura, musica e scenografia

Glenn Close ha ricreato in palcoscenico il ruolo di Norma Desmond nel musical Sunset Boulevard che Andrew Lloyd Webber ha tratto dal film. Presto verrà girata una versione cinematografica del musical, con la stessa Close e Ewan Mcgregor nei panni di William Golden


Claudio Masenza dal volume “I 100 capolavori” ed. Ciak


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sabato, 08 aprile 2006
Last days
Gus Van Sant
2005

Una precisazione: Last Days non parla della morte di Kurt Cobain. Chi è rimasto deluso dalla scarsa somiglianza di Michael Pitt (The dreamers, Hedwig - La diva con qualcosa in più) con l'icona del grunge, ha commesso un errore di valutazione. Chi si aspettava di canticchiare tra se e se Lithium a metà proiezione, è seduto nella poltroncina sbagliata. Chi pretendeva che il film lo omaggiasse e ne magnificasse il ricordo, ha speso male i suoi soldi. Last Days racconta il disagio dell'alienazione di una rock star (Blake) satura di ciò che lo circonda. Trae volutamente ispirazione dalla figura di Kurt, ma non è questo uno stratagemma del regista per appropriarsi di una storia non sua, accusa questa mossa da più fronti. Last days viaggia su ritmi lenti e silenziosi, per penetrare più a fondo nella sensibilità dello spettatore attento. La scelta delle inquadrature, dilatate e insistenti, ne è una dimostrazione: attraverso il cruscotto di un'auto natura e volti vi si confondono e mescolano, torturando l'attenzione di chi guarda; per diversi minuti la camera inquadra immobile alcune fronde, mosse piano dal vento; per diversi minuti Blake suona la batteria della casa in montagna, scena ripresa da una singola inquadratura, con la macchina da presa che immortala il momento attraverso i vetri della finestra, allontanandosi pianissimo. Ciò che ai nostri occhi appare banale viene così trasformato in un'esperienza estenuante, in cui la percezione del tempo viene irrimediabilmente compromessa, e chi da questo si lascia trasportare senza opporre filtro, potrà avvicinarsi a percepire cosa prova il protagonista del film. E l'impresa appare riuscita perfettamente, mescolando le immagini a una colonna sonora che è parte integrante della storia narrata, quando Il giradischi suonaVenus In Furs, o quando Blake esegue la bellissima e struggente Death to Birth (scritta dall o stesso attore). Le scene finali sigillano con perfetta eleganza (e fedeltà, come omaggio in riferimento alle immagini della morte di Kurt) quello che era il finale noto quanto annunciato. Un capolavoro. Per intensità ed emozioni, per stile, per coraggio. Da non perdere.

recensione scritta da tagtgren
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mercoledì, 05 aprile 2006
Factotum
Bent Hamer
2005

In attesa di vedere sullo schermo l'Arturo Bandini di John Fante, padre di tutti gli scrittori squattrinati, arriva nei cinema l'alter-ego bukowskiano Henry "Hank" Chinaski. Diretto dal norvegese Bent Hamer e tratto dall'omonimo romanzo di Charles Bukowski, Factotum è la summa del personaggio che lo scrittore americano si è cucito addosso; tra lavori saltuari, donne e scommesse ai cavalli, Chinaski si trascina indolente in una quotidianeità in cui solo apparentemente ha un ruolo passivo. Ancora una volta si tratta di scelte: Chinaski non è uno emarginato, ha scelto consapevolmente di correre nel binario parallelo a quello in cui corrono "gli altri" spinto dalla forza che solo chi ha uno scopo nella vita può avere; il suo scopo è la scrittura. A lui basta questo, tutto il resto non conta; non conta il lavoro che diventa un mezzo e non un fine per vivere appena dignitosamente, non contano le sue relazioni da cui assorbe tutto, ma che in fondo sono solo un contorno alla sua vita. Citando il Lester Burnham di American Beauty, il Chinaski di Factotum è uno che cerca "il minor carico di responsabilità", in fondo la vita è troppo breve per occuparsi di queste cose. Ad Hamer il pregio di aver costruito un personaggio che non diventa caricatura; ottima la scelta di sviluppare il contesto in cui lo scrittore si muove senza calcare la mano sugli aspetti più dissipati della sua vita, aspetti che hanno reso lo stesso Bukowski, la cui opera è fortemente autobiografica, un personaggio quasi leggendario. Factotum è un film che trascina lo spettatore nel mondo grigio e al limite dello scrittore, con la sua struttura a episodi è come un insieme di fotografie sbiadite che immortalano i passaggi fondamentali di una vita. Matt Dillon da parte sua, nonostante fisicamente sia ben lontano dal personaggio bukowskiano, offre un'interpretazione convincente: appesantito, perennemente alticcio, laconico, lento nei gesti, ma soprattutto ironico, raggiunge livelli più alti laddove, in solitudine, "il suo" Chinaski incontra i fogli in cui riversa il suo mondo interiore, sequenze per altro scandite da estratti dei lavori di Bukowski. Un'altra prova di ottimo livello quindi, per un attore che dopo l'exploit diCrash stà vivendo una seconda primavera lavorativa.


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sabato, 01 aprile 2006
Medea
Lars Von Trier
1988

Ripudiata da Giasone che la abbandona insieme ai suoi figli per sposare Glauce, figlia del re Creonte, Medea, tradita e sopraffatta dalla follia, mette in atto la sua personale vendetta. Buona parte della filmografia di Von Trier è caratterizzata da personaggi femminili molto forti, vittime o carnefici, ma in entrambi i casi i loro comportamenti sono spinti dalla scelta. Se neLe onde del destino e in Dancer in the dark, Bess e Selma, rivestono il ruolo di vittima, consapevolmente e come atto estremo di amore, in Dogville e Manderlay Grace è una donna apparentemente ingenua che sceglie la risoluzione drammatica della vendetta nel momento in cui si sente minacciata; Medea è l'origine di questi personaggi femminili. Partendo da una sceneggiatura di Carl Theodor Dreyer, Von Trier rilegge la tragedia di Euripide dipingendo Medea come una figura scura, caratterizzata solo dal tormento della vendetta, dove ogni gesto è finalizzato a portare dolore all'amato che l'ha tradita. Per raccontarci questa storia il regista danese costruisce un film che è un insieme di immagini suggestive che irrompono sullo schermo con violenza, lasciando lo spettatore senza fiato. Il risultato è strabiliante soprattutto quando, ad una fotografia sgranata e sequenze particolarmente scure, si alternano inquadrature che sono come affreschi, con colori sparsi qua e là come pennellate. Impossibile rimanere indifferenti alla figura drammatica di Medea che cammina in lontananza con la sabbia che le danza intorno sfiorandola, o non perdersi con lei nella palude avvolta dalla nebbia, in cui raccoglie le bacche velenose che serviranno per uccidere Glauce. Impossibile non rimanere affascinati di fronte alla scena nella tenda, con una sola candela che crea atmosfera, in un incredibile gioco di luci ed ombre e, impossibile non provare dolore per la violenza del finale, con una Medea determinata eppure sofferente davanti alla scelta, davanti al compimento della vendetta. Questo è Medea; l'ennesimo film in cui Von Trier porta le mani alla gola di chi lo guarda, stringendo sempre più forte e rilasciandole lentamente solo dopo i titoli di coda. Un film che va riscoperto, che deve essere gelosamente custodito nel cuore.
postato da: Iggy alle ore 18:44 | Permalink | commenti (5)
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