James Gray
2008
Se l’addio alle scene di Joaquin Phoenix dovesse rivelarsi definitivo, sarà una grande perdita per il cinema: diretto ancora una volta da Gray, approda infatti alla sua interpretazione più intensa e complessa. Intimamente ferito, si muove con lo sguardo di chi è perennemente a due centimetri dal baratro, anche se il salto lo ha già provato e la pelle ne porta i segni. Eppure, quello che poteva essere un personaggio a senso unico, nelle sue mani si concede aperture irrequiete, impacciate, ironiche alla vita e all’amore che in passato gli hanno voltato le spalle. Sarà l’acqua a farcelo conoscere (nella splendida sequenza iniziale) e sarà l’acqua a restituircelo arreso, amaramente consapevole che quando il destino ci mette lo zampino bisogna poi sempre fare i conti con le scelte e i compromessi. In questo, Two Lovers pur prendendo le distanze dalla precedente trilogia gangsteriana, non abbandona nemmeno per un attimo le ossessioni di James Gray anzi le rafforza domando un triangolo amoroso visto mille volte, ma che qui acquista un vigore quasi inaspettato. E ancora una volta c’è New York a raccogliere i cocci dei protagonisti, la stessa città che irriconoscibile dormiva sotto la neve di “Little Odessa” e ora esplode in una notturna illuminata dalle note di Henry Mancini. Una suggestione quasi Alleniana (concedetemelo) che si contrappone a intere sequenze dove gli ambienti avvolgono e irretiscono in un continuo contrasto, evidente cifra stilistica di un melodramma “morale” che non sgomita e pesa come un macigno.






Una serie tv che guarda alla concezione cinematografica tipica del modello americano pur rimanendo italianissima, questo Romanzo Criminale. In ciò che racconta, ovviamente, e nella scrittura dei personaggi, scevra di quell’ansia da prestazione dell’essere accattivanti a tutti i costi che spesso caratterizza le produzioni USA. A ben vedere il pregio maggiore è proprio quello di descriverli senza compromessi, senza la paura di andare contro la sensibilità del pubblico italiano. Può sembrare un’inezia, ma fino ad ora la messa in scena prevalentemente nera e pessimista era un miraggio per la nostra asfittica fiction. Più che un remake televisivo dell’omonimo film di Michele Placido, è bene parlare di nuova trasposizione dal libro di Massimo De Cataldo, meno stereotipata e molto più a suo agio con la materia trattata e coi tre ragazzotti di periferia (Libano, Freddo e Dandi) impegnati nel mettere in ginocchio la capitale con i loro loschi traffici. Avvincente sin dalla prima battuta, con una gestione dei tempi pressoché perfetta e un ritmo ben sorretto da una regia che osa e non condanna alla solita odissea di campo-controcampo, Romanzo Criminale vanta un cast dentro alla storia fino al collo e (
Voluta o meno, la suggestione che apre Frozen River è di forte impatto. L’impietoso primo piano del tatuaggio che disegna una rosa sul piede della protagonista la rende una madonna laica, immobile, avvolta nell’accappatoio di panno, con il tempo scandito da una sigaretta che brucia tra le dita. In volto l’espressione di chi ha perso tutto. Ray Eddy si arrangia con poco, ora più che mai col pugno di mosche lasciategli dal marito fuggito chissà dove, con due figli sulle spalle e il sogno di una piccola casa prefabbricata da comprare per abbandonare il tugurio da trailer park in cui vivono. Sarà il destino a metterla sulla stessa strada di Lila, un’indiana che come lei non ha niente da perdere, disposte a tutto pur di difendere se stesse e le proprie famiglie. Insieme, per soldi, inizieranno a trasportare clandestini sul suolo americano. Ambientato nel Mohawk sull’innevato confine canadese, Frozen River è uno lucido thriller dell’animo che incrocia realtà e culture tanto distanti quanto unite nella disperazione e nella voglia di riscatto. Courtney Hunt le segue senza pietismi, con un realismo scomodo che nasce spontaneo dai silenzi dei personaggi e rimbomba nella glaciale ambientazione di frontiera, una culla che stordisce dove l’unico appiglio è la solidarietà tra le due donne. A dispetto dell’orrore raccontato, la fiducia riposta nell’uomo (vittima e carnefice di se stesso) è una concessione che rende quest’opera prima molto più complessa e stimolante dell’etichetta da film indipendente stancamente appioppatale. 

Se davanti ad un film come Milk, volessimo scomodare l’intera filmografia di un autore, verrebbe da dire che poteva essere diretto solo a questo punto del suo percorso artistico. Ritorna in mente il fuoco di “Paranoid Park” che assurgeva a ruolo catartico nella crescita di Alex, quando la morte irrompeva nella sua dimensione di adolescente per mostrargli la brutalità del mondo e la colpa veniva riversata su un foglio recapitato ad un falò che lo inghiottiva restituendolo alla vita, per sempre. Un’apertura alla speranza non di poco conto se pensiamo alla precedente trilogia in cui la morte (fisica) al contrario, non lasciava spazio a nessuna via di uscita. Raccontando Harvey Milk, primo gay dichiarato della storia americana a rivestire una carica politica, Van Sant sposta l’ottica più sulla morte dell’identità che relega ad un’esistenza nell’ombra, ritornando quindi sulla ricerca di un’urgenza del vivere e continuando idealmente un nuovo corso per il suo cinema. Ed è ancora il fuoco a chiudere il film, quello di trentamila fiaccole brandite durante il corteo in onore di Milk, dopo una morte assurda che l’ha zittito sotto i colpi di una pistola, ma che ha amplificato il senso del suo messaggio, riverberandolo fino ad oggi: i diritti delle minoranze non sono un’esclusiva di pochi ma interessano tutti, in quanto base di un “noi” inteso come società civile. Facendo propria la “convenzionale” struttura del biopic, Van Sant racconta l’uomo marchiando a fuoco le parole sulla pelle dello spettatore. Ma non sorprenda la scelta di “tradire” il linguaggio a favore del contenuto: il vestito buono indossato per arrivare al grande pubblico ne giustifica gli intenti, come succede ad Harvey Milk nella sequenza in cui abbandona l’aria freak per mostrarsi “rassicurante” e portare avanti il suo discorso una volta sceso in politica. Una soluzione che comunque non rende asettico l’occhio di Van Sant, il quale mantiene l’estro della mise en scène, come quando affida l’orrore dell’intolleranza al riflesso di un fischietto, di uno specchio, di un vetro o mischia abilmente il rigore delle trasferte hollywoodiane negli anni ’90 agli split screen pop di “My Own Private Idaho” e la glacialità di “Elephant”. Continua quindi la costruzione di un cinema coerente, ancora una volta immediato, urgente, necessario, perso nel racconto di squarci di vita che tenta disperatamente di allontanarsi dal margine.
